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martedì 27 ottobre 2015

LUCA FERRARIS > The king of Ruchè...

Who is the king of Ruchè? I numeri parlano chiaro… la corona è ben salda sulla testa di Luca Ferraris.


Per una serie di coincidenze mi ritrovo nell'arco di pochi giorni a stappare tre bottiglie di Ruchè dell' agricola Ferraris, fatto non del tutto scontato considerando che per molti, anche tra gli eno-appassionati, questa piccola D.O.C.G. del Monferrato dalle origine misteriose, è ancora poco conosciuta e numericamente piccola, rispetto di più blasonati vitigni piemontesi e monferrini, dalla Barbera al Grignolino, il Dolcetto fino a sua maestà il Nebbiolo.

Probabilmente importato dalla Borgogna da alcuni monaci che lo hanno impiantato in queste zone radicandolo nel territorio, tanto da considerarsi a tutti gli effetti vitigno autoctono, rimane ancora poco chiara l'origine del suo nome. Inutile perdersi nella nebbia del passato, meglio ancorarsi alle certezze, a partire dal comune di Castagnole Monferrato, piccolo borgo incastonato tra il Monferrato Astigiano e quello Casalese, immerso tra le dolci colline vitate e patria indiscussa di questo vino di nicchia. Rischiata l’estinzione, possiamo far risalire alla fine degli anni '70 la rinascita di questo vitigno, salvato grazie a Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole... Da quei pochi filari è ripartita la viticoltura del Ruchè, in un continuo crescendo che porterà alla D.O.C. nel 1987 e alla D.O.C.G. nel 2010, a testimonianza non solo delle indiscusse qualità di questo vitigno, ma anche del lavoro svolto dai viticoltori monferrini che hanno creduto ed investito su questo vitigno autoctono.

Merito anche degli appassionati, che nel corso degli anni hanno spostato la propria attenzione sui vini territoriali e le produzioni di nicchia, ha creato attenzione e perché no, anche un certo mercato intorno al Ruchè, che oggi può vantare riconoscimenti anche al di fuori del suolo italico. Possiamo ancora definirla una denominazione "minore" ma bisogna riconoscere come nell'ultimo decennio siano in continua crescita sia gli ettari vitati, abbondantemente sopra i 120, sia gli ettolitri prodotti.

Tra i vari viticoltori è indiscutibile il ruolo di “The King” di Luca Ferraris, colui che dal 1999, ereditata l’azienda agricola di famiglia, più di ogni altro ha creduto ed investito in questo vitigno, tanto che oggi piazza sul mercato ben tre versioni di Ruchè, con oltre 100.000 bottiglie ad esso dedicate, il che rappresenta una cospicua fetta della produzione annuale (180.000 bottiglie).

Attualmente le 3 versioni di Ruchè proposte portano il nome di Bric D'Bianc, Clàsic (ex “firmato”) e Opera Prima. Partiamo da quest'ultimo, il pezzo pregiato, che purtroppo non ho avuto ancora modo di assaggiare. E' il Ruchè dedicato al "fondatore", ovvero Martino Ferraris nonno di Luca. E' il cru aziendale, ricavato da un vecchio vigneto con la migliore esposizione nel comune di Castagnole. Rese bassissime (35ql/ha), lunga fermentazione e 24 mesi di affinamento in tonneaux di rovere da 500 litri di secondo passaggio. Un ulteriore anno in bottiglia, che riposano in una suggestiva cantina scavata nel tufo. Prima annata prodotta nel 2007, bella etichetta vintage, chiusura in ceralacca e prezzo di mercato sopra le 20 euro. Rappresenta sicuramente un vino unico che porta indietro alla memoria, una di quelle bottiglie che è un piacere lasciare in cantina ad impolverarsi in attesa della giusta occasione..

Passando ai 3 vini che mi sono trincato... perché come spesso amo ricordare, qui i vini si bevono, non ci si bagna la gola per poi riempire la sputacchiera. Voglio partire da quello che più mi è piaciuto, tanto da consigliarvelo ed inserirlo in quella categoria di vini dal rapporto qualità/prezzo entusiasmante, ovvero il Bric D'Bianc 2013. Prende il nome dalla collina (in zona particolarmente vocata) su cui sorgono i vigneti che conferiscono le uve da cui poi si ricava questa versione, che per quanto mi riguarda, rappresenta l'espressione classica del Ruchè, quella che meglio rappresenta l'essenza del vitigno. E questa è anche la volontà di Ferraris, attraverso l'utilizzo in tutte le fasi della vinificazione di solo acciaio, proprio per preservare il carattere dell’uva. 

Un Ruchè tipico quindi, giovane e di pronta beva, da scolarsi senza ritegno. Dritto e teso, con un tocco di tannicità e austerità che caratterizza il Ruchè in gioventù, si dimostra grintoso, senza rinunciare ad una grande piacevolezza nel sorso, con un frutto vivo e succoso, a cui non mancano i richiami floreali di geranio e rosa canina. Piacevolissimo a tavola, trasversale negli abbinamenti e dal sorso assassino. Glu, glu, glu... tanta soddisfazione e poche seghe mentali. Non mi nascondo dietro ad un dito, non compilo tabelle AIS, il vino per me è impatto ed emotività... nuance, equilibrio, rotondità, morbidezza, avvolgenza mi interessano fino ad un certo punto, e non è un caso che uno dei miei Ruchè preferiti porti la firma "naturalista" (e a volte controversa tra gli espertoni) di Nadia Verrua. Il Bric D'Bianc 2013 che ho bevuto mi ha convinto a pieno, impedendomi di avanzare il classico bicchiere del giorno dopo.

Le altre due bottiglie che ho stappato sono sostanzialmente il medesimo vino. Ruchè “firmato” annata 2013 che diventerà "Clàsic" nel 2014. In questo caso la vinificazione avviene in tini di rovere da 54 ettolitri a temperatura controllata, per 15 a 20 giorni. Finita la fermentazione, il vino affina per 6-10 mesi all’interno di questi tini. Si avvertono sostanziali differenze rispetto la Bric... c'è più corpo, struttura e concentrazione, vino che viaggia su tinte più scure, meno solare e più incupito (soprattutto il 2013, mentre il 2014 mantiene una luminosità e una grinta tipicamente giovanile), che si segnala (più il 2014) per un naso particolarmente pungente, ricco di sentori speziati, piccante nelle note di pepe bianco, cannella, chiodi di garofano. Beva più tondeggiante rispetto al Bric, meno fresca e dinamica, con qualche eccesso di alcol e legno. Mi è piaciuto (soprattutto nel 2014), il gioco di equilibri tra morbidezza, rotondità e avvolgenza da una parte, e l'irruenza indomabile tipica del Ruchè che vien fuori e rende la beva comunque grintosa. Più maturo il "firmato" 2013, ma che alla fine è forse la bottiglia meno convincente delle tre provate, quello con meno appeal, più faticoso nel sorso e alla lunga un po' seduto, senza quel tocco di giovanil furore che mi piace ritrovare nel Ruchè.

In generale 3 bottiglie convincenti, ma soprattutto 3 bottiglie tecnicamente ben fatte, senza tradire il carattere del vitigno. Poi a vostro gusto scegliere la versione che preferite. Who is the king of Ruchè? I numeri parlano chiaro… la corona è ben salda sulla testa di Luca Ferraris.

martedì 20 gennaio 2015

RUCHE' E GRIGNOLINO - Az. Agr. Renato Capuzzo

...due semplici ma gustosi vini, appaganti ed economici, acquistati da un produttore ai più sconosciuto, che sa vendertelo con orgoglio e senza "tirarsela".


Se spesso mi capita di arrivare ultimo nelle recensioni, proponendo nomi e bottiglie ben conosciute al popolo degli eno-appassionati, oggi ho il piacere di scrivere di una cantina minore, una di quelle poco conosciute ai più e di cui non troverete notizie sulle guide, sulle riviste di settore e credo (a voi il piacere di provarci) nemmeno in quel mega contenitore di informazioni che é il web. Potrei quindi essere il primo a scrivere dei vini di Renato Capuzzo, vignaiolo di Castagnole Monferrato (almeno tra i wine-blogger). 

Il bello del Monferrato, é che al di fuori di alcuni nomi mediaticamente noti e presenti alle varie fiere di settore, ci sono tante piccole realtà rurali, costituite da famiglie monferrine dove il vino si produce (e si beve) tradizionalmente da generazioni. Persone semplici, come i loro vini, fortemente legate al proprio lavoro e al proprio territorio, persone con cui é sempre piacevole parlare di vino, perché te lo descrivono e te lo raccontano senza la minima spocchia, quasi imbarazzati per la rustica semplicità dei loro vini, vignaioli che vendono soprattutto in damigiana o in bottiglie da poche euro, negli alimentari di paese o a qualche festa di paese, vini che hanno come unico scopo, essere fedeli compagni dei vostri pasti. 

Ed é infatti li, in quel della Fiera del Tartufo di Moncalvo che ogni anno incontro il signor Renato e i suoi vini. Siamo alla terza generazione, essendo l'attività iniziata nel 1920 grazie al nonno Dionigi. Vini nel segno della tradizione vitivinicola di queste zone che rientrano nella DOC e nella DOCG tipiche del Monferrato. Sono 4 i vini prodotti, tutti in purezza. Un bianco da uve Cortese, il Grignolino d'Asti, la Barbera d'Asti e immancabile per una cantina di Castagnole, il Ruchè. Appena ho assaggiato i vini del signor Renato, nonostante le condizione atmosferiche al limite (nebbia, freddo e assaggio nel bicchierino del caffè...) non ho avuto dubbi sulla bontà genuina dei suoi vini, in particolare del Grignolino, vino a me caro, se non altro perché quando ero piccolo, mio papà (che compra vino in damigiana) ne comprava qualche bottiglia per i giorni di festa.

Il Grignolino d'Asti DOC annata 2012 è davvero gratificante nella sua schietta sincerità. Senza troppi giri di parole, quello che ritrovo nel bicchiere è esattamente quello che mi immagino quando sento parlare di questo vino, purtroppo ancora oggi sottovalutato. Certo qui siamo ben lontani dalla tridimensionalità gusto-olfattiva del mio Grignolino preferito (il casalese Marcaleone di Crealto), ma che riesce comunque a farsi apprezzare per “onestà” se mi passate il termine… a partire dalle cinqueuroecinquanta richieste dal sign. Renato per questa bottiglia. Rosso tenue e scarico, fluido e trasparente, si fa notare soprattutto per la sua spiccata acidità, che lo rendono fresco e di facile beva, a tratti affilato come una lama di rasoio e un po’ nervoso, quasi acerbo, scivola, scalpita e rigenera il palato. Poca estrazione ovviamente e sentori pungenti di pepe, chiodi di garofano e piccoli frutti rossi. Piacevolissimo anche bevuto fresco, è il compagno ideale e low cost di ogni tavolata primaverile tra amici. 

Il Ruchè di Castagnole Monferrato D.O.C.G., sempre annata 2012, esprime invece qualche complessità in più, ha indubbiamente più personalità, ma anche in questo caso riesce a brillare soprattutto per una beva piuttosto scorrevole. C’è sicuramente maggior persistenza ed intensità gusto-olfattiva, il colore vira su tonalità più scure dai riflessi violacei, mantenendo comunque dinamicità e trasparenza. Bello il naso, un po’ sgraziato ma molto “rurale”, con note terrose, viole appassite, rimandi di sottobosco umido, frutto a bacca rossa… magro, spigoloso… Come anche al palato, asciutto, sapido, leggermente tannico, snello, rustico e con quel tocco di imperfezione che intriga e lo rendono piacevole. Anche per lui spiccata acidità. Un sorso tipicamente monferrino per soli 6.5 euro, a dimostrazione che spendendo poco, forse non si bevono vini di grande complessità, ma si può comunque essere soddisfatti, appagati e contenti… addirittura di più, rispetto a costose e decantate riserve che creano tante aspettative, ma (a volte) ci lasciano delusi.

Ecco in questi due semplici ma gustosi vini, mi è sembrato quasi di ritrovarmi in quelle bottiglie tanto amate e tanto ricercate da Mario Soldati nei suoi viaggi alla ricerca dei vini autentici. Eccone due... appaganti ed economici, acquistati da un produttore che sa vendertelo con orgoglio e senza "tirarsela". Insomma senza quell’atteggiamento di "superiorità" che adottano alcuni vignaioli alle fiere, a cui ogni tanto servirebbe qualcuno, che di fronte a tanti paroloni o a scene di scocciato mutismo, abbia il coraggio di affermare seccamente “il tuo vino fa cagare!”. 

Ecco, alla bancarella di Renato Capuzzo ne compreresti a dozzine di bottiglie, magari non perché sono eccezionali, ma anche solo per ricambiare la cortese gentilezza della persona che quasi sminuendo la qualità dei propri vini, te li serve con la dignità, umiltà e passione di chi nel suo mestiere ci investe anima e corpo senza farci troppi quattrini. 

Dal Ruché e la Barbera (entrambi ottimi) di Massimo Marengo al Grignolino e al Testa di Fuoco (molto buono) di Cascina Brichetto, fino a Renato Capuzzo... alla fiera di Moncalvo si fanno sempre interessanti acquisti a prezzi assai convenienti. 

martedì 25 settembre 2012

RUCHE' DI CASTAGNOLE MONFERRATO 2010 - D.O.C.G. - Az. Agr. Massimo Marengo

Può piacere o no, ma non lascerà indifferenti... potete amarlo oppure odiarlo, ma non scende a compromessi. Un vino sincero e con personalità.... e non dimenticate... a Castagnole si é soliti dire: "Se qualcuno vi offre un Ruchè é perché ha piacere di voi". Ecco io me lo sono comprato... ma se siete da quelle parti e una piacente signorina vi offre un calice di Ruchè... mmm... non siate timidi!!


Una cena al volo con un amico, dopo lavoro e ad ora tarda... abbiamo appena finito di lavorare all'allestimento del bellissimo chiostro di Voltorre (VA) per l'inaugurazione del centro ReMida (progetto dedicato al riciclaggio e recupero di scarti industriali per realizzare opere artistiche) che si terrà il giorno successivo... sono passate le 22.00 da un pezzo… ci fermiamo da me per una pizza al volo, un paio di birre e le ultime direttive per domani. Ebbene sappiatelo, quando si abita in un paesello di 5000 anime nelle prealpi varesine, é praticamente impossibile trovare una pizzeria d'asporto ad ora tarda, soprattutto in una serata infrasettimanale. 

Così un paio mollano il colpo e tornano a casa, pizzerie nelle vicinanze zero... rimaniamo in due più la mia compagna anche lei in dirittura d'arrivo verso casa... ok... "ghe pensi mi"... facciamo una pasta in cinque minuti... propongo la nazional-popolare aglio-olio e peperoncino, di quelle che vanno bene a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza. Poi ti ritrovi a casa bello affamato... il tuo amico-ospite é persona di buona forchetta e il giorno prima di ritorno dalla Costa Azzura ti ha portato una boccia di Bandol... che faccio il braccino corto con una misera aglio-olio e peperoncino? 

"Sentas giò...va"... meglio far tardi e rischiare di andare a letto "chini", ma facciamo le cose fatte come si deve, l’ospitalità è sacra… nel tempo più rapido possibile stappo una bottiglia di Ruchè , scanniamo un avanzo di pecorino sardo e metto in tavola due piattoni di pappardelle al ragù di fagiano. Forse un po' esagerato per uno spuntino delle 23.00?? Ragazzi... quando si ha fame, una buona compagnia e una boccia di rosso sul tavolo, credo sia doveroso non porsi problemi di salute, ciccia o digestione...

Così il nostro spuntino si trasforma nell'occasione per assaggiare e "ammazzare" questo Ruchè di Castagnole Monferrato, acquistato l'anno scorso alla fiera del tartufo di Moncalvo, direttamente dallo stand del sign. Marengo. I più attenti ricorderanno di aver già letto su queste pagine il nome dell'Az. Agr. Massimo Marengo, quando un anno fa vi ho raccontato della sua Barbera d'Asti... un'ottima bevuta, fresca e piacevole per una bottiglia pagata solo 4 euro e mezzo!!

Approccio quindi al Ruchè con grandi aspettative, vuoi per l'unicità di questo vitigno non famosissimo al di fuori del Piemonte… vuoi perché mi aveva piacevolmente sorpreso la Barbera… vuoi perché la cantina si trova proprio nel territorio di eccellenza del Ruchè, ovvero Castagnole Monferrato e questo vino rappresenta il "pezzo forte" della produzione vinicola dell' agricola Marengo. 

Vi rimando alla recensione della Barbera per le info relative a questa cantina (clicca qui) e sfrutto questo post per scrivere due righe in merito a questo vitigno poco diffuso, che qualche lettore "di passaggio" potrebbe non conoscere. Il Ruchè è un vitigno dalle origini piuttosto incerte, ma probabilmente arriva nel 18°sec. dalla Borgogna. Viene coltivato nel Monferrato Astigiano, inizialmente commercializzato come vino da tavola o venduta come uva da taglio. Solo con la vinificazione in purezza di questa uva, si sono definite le caratteristiche di questo vino, che si contraddistingueva dal resto dei vini bevuti abitualmente, tanto da essere definito dalla gente di Castagnole "il vino della festa". Nel 1987 viene così sancita questa piccola D.O.C. piemontese, che nel 2010 diventerà D.O.C.G. I numeri oggi parlano di 400.000 bottiglie commercializzate e una sessantina di ettari vitati, compresi nei comuni di Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi, tutti in prov. di Asti. La disciplinare prevede l'utilizzo di almeno il 90% di uve Ruché, "tagliabili" con un 10% di Brachetto e/o Barbera.

Questa versione di Marengo ricavata da una vigna di circa 4 ettari a Castagnole Monferrato, dimostra subito un carattere piuttosto forte. Nel bicchiere si presenta scarsamente denso, con un colorito rosso rubino piuttosto scarico con sfumature violacee. Al naso non fa sconti, parte subito all’attacco e ti satura le narici. Intenso, persistente e vinoso con forte sentore alcolico (14%vol.), lasciando in secondo piano i sentori speziati e le note erbacee-floreali, con poco spazio per la frutta. Anche al palato conferma un carattere “tosto”… fluido e sapido, secco ed alcolico, ha tannini da vendere e si fanno sentire. E’ quasi un vino d’altri tempi, rustico e forte… ma notate bene… ho scritto “forte” e non “robusto” o “muscoloso”!

Se amate i vini concentrati e marmellatosi, se vi piace il taglio bordolese o il vino langarolo di eleganza e finezza, lasciate perdere questo Ruchè. Non è un vino moderno, ne tecnico, nemmeno possiamo definirlo equilibrato… diciamo pure che non è un vino facile… è per stomaci forti… ma al contempo ha caratteristiche ben delineate e sicuramente non assomiglia a nessun altro. Può piacere o no, ma non lascerà indifferenti... potete amarlo oppure odiarlo, ma non scende a compromessi. Un vino sincero e con personalità.

Onestamente questa versione di Massimo Marengo è un po’ troppo carica, sicuramente schietta, ma un filo di equilibrio in più non avrebbe guastato, manca quel tocco di finezza e morbidezza che avrebbe garantito maggior facilità e piacevolezza alla beva. A parziale scusante, ci metto l’annata 2010 non proprio favorevolissima causa maltempo, con frutti non del tutto maturi e quindi zuccheri non abbondanti. Ne risultano vini magri, poco polposi, poco profumati e piuttosto pungenti. Magari qualche anno in più di bottiglia, avrebbe giocato a suo favore…. ci metto anche la cena preparata al volo, la bottiglia stappata e bevuta… un vino con questa intensità alcolica richiede almeno un’oretta di ossigenazione per “tranquillizzarsi” un pochino.

Resta comunque un vino da scoprire, probabilmente non vi conquisterà al primo sorso, farete un po’ fatica ad assimilarlo e a capirlo, ma bicchiere dopo bicchiere, riesce a farsi apprezzare e a convincere.

Abbinamento gastronomico obbligatorio con selvaggina assai "selvaggia" (diciamo in salmì…) oppure con del formaggio stagionato e saporito. Per chi ama ascoltare musica mentre sbevazza, ci sono 2 strade percorribili. La prima (sconsigliata), è agire in contrapposizione alle caratteristiche del Ruchè di Marengo... il che significa equilibrare il tutto “jazzando” qualcosa di tranquillo in sottofondo. La seconda (consigliata) è andare in sintonia con il vino, per valorizzarne il carattere. A questo punto dovete alzare il volume di qualche decibel (quanto basta per rendere impossibile la conversazione) e sparare un cd che sappia suonare spigoloso, potente, allucinato e al contempo vintage... ma che abbia stoffa all’orecchio dell’ascoltatore più attento e preparato in materia… direi che il primo omonimo album dei Queen of the Stone Age ci sta alla perfezione! 

Non sarà per tutti i palati, ma se amate vini rustici, sinceri e non omologati, qui cascate a fagiolo… e vi bastono solo 7 euro…. Magari provate altre annate meglio riuscite... Non dimenticate... a Castagnole si é soliti dire: "Se qualcuno vi offre un Ruchè é perché ha piacere di voi". Ecco io me lo sono comprato... ma se siete da quelle parti e una piacente signorina vi offre un calice di Ruchè... mmm... non siate timidi!!

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Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

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da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

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...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.