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mercoledì 28 maggio 2014

FALCO PEREGRINO 2012 - Terre Siciliane I.G.T. - Bosco Falconeria

...un indissolubile legame con la terra, la volontà di essere contadini senza scendere a patti con un sistema commerciale e di marketing, che anche in Sicilia vede molte aziende vitivinicole, produrre vini figli dell'omologazione e delle esigenze di mercato.


Bosco Falconeria é un'altra di quelle belle realtà contadine del sud, che noi qui al nord, abbiamo l'opportunità di conoscere ed apprezzare i loro prodotti, grazie ad iniziative come La Terra Trema, che nel corso degli anni ha portato nel cuore di Milano "la qualità" di tanti vignaioli sovversivi.

Nata negli anni 30 e situata nell'omonima contrada tra Alcamo e Partinico, sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Bosco Falconeria é un'azienda agricola di circa 17 ettari, gestita da Antonio Simeti e la moglie Mary Taylor, oltre che dalla figlia Natalia Simeti e il marito finlandese Rami Salo. Azienda di famiglia, abbandonata per un breve periodo sul finire degli anni 60 e poi recuperata con forza di volontà e passione, diventando sul finire degli anni 80 una delle prime aziende agricole ad intraprendere la strada del biologico e successivamente della biodinamica. La coltivazione della vite ha sempre avuto un ruolo centrale, con circa 6 ettari di vigneti autoctoni siciliani, Catarratto in primis, ma anche un po' di Nero d'Avola. Il resto dei terreni sono un esempio lampante di biodiversità, oltre alle uve troviamo infatti ulivi, numerosi alberi da frutto, ortaggi e seminativi. Conduzione natur, biodiversità, sostenibilità energitica attraverso un impianto fotovoltaico, vendita diretta, co-produzioni, corsi di Tai Chi Chuan e soprattutto prodotti a marchio "Pizzo Free", essendo associati al comitato Addio Pizzo. 

E' sempre un piacere scrivere di produttori che fanno dell'etica un loro punto di forza ed invitano noi acquirenti ad un consumo critico, soprattutto in tempi in cui anche le grandi industrie del vino sventolano il marchio bio e ci bombardano con ingannevoli immagini di artigianato rurale, credo sia doveroso mettere i puntini sulle "i" e sostenere chi il "vino critico" lo produce veramente, attraverso un indissolubile legame con la terra, la volontà di essere contadini senza scendere a patti con un sistema commerciale e di marketing, che anche in Sicilia vede molte aziende vitivinicole, produrre vini figli dell'omologazione e delle esigenze di mercato.

I vitigni di Bosco Falconeria sorgono in zona collinare a circa 250 metri di altitudine, allevati a spalliera su terreni calcarei a medio impasto. Conduzione naturale dei vigneti, non vengono utilizzati prodotti di sintesi e  anche i trattamenti con rame e zolfo sono ridotti al minimo indispensabile. 3 i vini prodotti, per una produzione totale inferiore alle 10.000 unità, principalmente Catarratto, ma anche 2000 bottiglie di Nero d'Avola e un migliaio di Falco Peregrino, lo stappato di oggi.

Trattasi di vino bianco da uve Catarratto extralucido in purezza, provenienti da vigneti con quasi 15 anni di età e una resa di circa 75ql. La raccolta manuale delle uve avviene a settembre, quando si raggiunge una completa maturazione. Macerazione sulle bucce, solo acciaio e soprattutto nessuna aggiunta di solfiti, nè in fase di lavorazione, né in fase di imbottigliamento. Gradazione alcolica di 11 gradi e prezzo in enoteca sotto le 10 euro (pagato 7 direttamente dal produttore).

Appena versato nel bicchiere l’impatto visivo svela fin da subito il carattere di questo vino. Il caratteristico colore a “buccia di cipolla” inserisce di diritto il Falco Peregrino nella categoria degli “orange wine”, ma possiamo anche osservare un vino piuttosto dinamico e pulito, quasi a volerci dire “ok mi hanno macerato ma non in maniera così estrema”… qualche particella in sospensione si nota, più che altro dovuta ad un po’ di sedimento naturale, ma siamo ben lontani da alcuni macerati “estremi” affrontati in passato, densi e torbidi. Naso e palato vanno a braccetto, a conferma di quanto osservato nel bicchiere, bianco macerato ma senza eccessi. All’olfatto non è per nulla invadente, piuttosto timido ma persistente. Se ne esce con note di agrumi, mandorle amare, frutta secca, salvia, idrocarburi e lieve trama salmastra. La beva è piuttosto snella e scattante... attacca dolce e chiude amarognola, lasciando al palato una piacevole sensazione liquorosa. Meno complesso e articolato, ha il merito di mantenere una piacevole acidità e una bella mineralità, come se ci trovassimo al cospetto di un bianco giovane e beverino ma in versione macerata. Rispetto ad altri macerati estremi, tanto particolari e originali al gusto, (ma che spesso risultano impegnativi dopo due o tre bicchieri), questo Catarratto, sa essere originale, per qualcuno insolito, ma anche assai godibile e digeribile. 

Non un grande bianco nel senso più comune del termine (come ad esempio può essere definito il Trebbiano di Valentini) ma un ottimo vino di territorio dal rapporto qualità-prezzo invidiabile. Come in occasione del Grillo di Barraco, anche con il Falco Peregrino troviamo nel bicchiere un sorso di Sicilia, un sorso artigianale e contadino che esalta il carattere di una regione enologicamente ancora ricca di contraddizioni
 

lunedì 23 dicembre 2013

VINO NOBILE DI MONTEPULCIANO 2010 - D.O.C.G. - Il Conventino

...non é il classico "vino dell'enologo", qui c'è una bella corrispondenza territoriale e nessuna ruffianaggine, però da un vino biologico mi aspetto sempre un "qualcosa in più" che ne marca il carattere...



Il Nobile di Montepulciano è uno dei vini toscani che sia da un punto di vista mediatico che di consumi, sembra essere ancora poco considerato. Almeno qui in patria difficilmente se ne parla e nonostante abbia numeri importanti, il “bevitore” della domenica (identificabile più o meno in quella tipologia di persona che acquista vino al supermercato e difficilmente va oltre le 5-6 euro a bottiglia… ad eccezione di qualche grande occasione...), solitamente non lo conosce. Ho fatto questa riflessione… io il Nobile lo bevo sempre molto volentieri.. sono stato anche a Montepulciano e dintorni, secondo me una zona fantastica, ricca di cultura, fascino e storia eppure anche a livello di eno-turismo sembra esserci meno interesse rispetto alle vicina area del Chianti o di Montalcino. Mi rivolgo a voi lettori esperti e all’interno del sistema “commerciale” del vino per avere spiegazioni in merito.. io da appassionato e wine-blogger posso abbozzare solo delle supposizioni… 

Il primo pensiero è per gli operatori e il consorzio… chiamiamolo con quella brutta parola che è “marketing”… che forse si sia investito e puntato meno sull’aspetto promozionale-pubblicitario-turistico rispetto, ad esempio, al marchio del Gallo Nero? Che sia mancata un'unione di intenti tra i produttori consorziati? Può essere… ma vorrei fare delle riflessioni più centrate sul vino… mediamente una bottiglia di Nobile si aggira sulle 15 euro… un po’ di meno per le bottiglie da grande distribuzione, per poi salire oltre le 20 per le versioni riserva ecc…. Ne consegue che la maggior fetta del mercato italiano basato sulle G.D.O. e i vini sotto le 10 euro (ma anche meno) predilige pescare tra le bottiglie di Chianti e Morellino più accessibili a queste cifre. L’appassionato in grana, punta alle grandi firme dell’enologia toscana (Sassicaia, Ornellaia, Solaia ecc…), la generazione 2.0 non solo rappresenta una piccola percentuale di consumatori, ma guarda soprattutto ai vini “naturali” e artigianali, spesso originali, frutto del lavoro di piccole cantine... e bisogna ammettere che nella zona del Nobile questa tipologia di produttori non sembra aver trovato terreno fertile, quante cantine di Montepulciano vi é capitato di incontrare a La Terra Trema, Vinnatur, Vini Veri o a Fornovo? a memoria direi pochissime (mi viene in mente solo il Podere della Bruciata). Fatto sta, che la denominazione fatica ad emergere e gran parte della produzione finisce così all’estero… tutto questo, nonostante un vino che non tradisce mai le aspettative, che vanta origini antiche, tanto da guadagnarsi la prima Docg italiana nel lontano 1980.

Con l'attenzione centrata su Chianti e Brunello, ad emergere sono soprattutto i grandi produttori con i loro cavalli di battaglia (come ad esempio Poliziano con l'Asinone) con qualche eccezione targata Boscarelli, ma oggi ho il piacere di assaggiare e di segnalarvi “Il Conventino” dei fratelli Brini, una delle poche (e tra le prime) cantine di Montepulciano ad ottenere la certificazione biologica. 3 avvocati con la passione per l'eno-gastronomia, che nel 2003 decidono di acquistare Il Conventino, situato nel cuore della produzione del Vino Nobile. Ad oggi 23 ettari e 100.000 bottiglie, risultato di una viticoltura "sana", che punta esclusivamente sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni, per ottenere vini che ben rappresentano la tradizione di questo territorio.

Il vino che vado a stappare é il loro Nobile di Montepulciano (prodotto anche nella versione riserva), annata 2010. Realizzato con il classico assemblaggio di uve locali 85% Sangiovese, 15% Colorino, Canaiolo e Mammolo, vinificazione a temperatura controllata in tini di acciaio e affinamento di 24 mesi in botti in rovere di Slavonia da 50 hl, a cui seguono 6 mesi in bottiglia. Prezzo in enoteca sulle 15-16 euro.
Nel bicchiere il colore è un rubino di buona intensità e concentrazione, consistente ma non troppo, mantiene nel bicchiere una buona dinamicità. Una punta alcolica (14%vol.) conferisce calore ad un quadro olfattivo di media importanza per complessità e lunghezza. Non cercate qui spunti particolari e originali, ma un vino che si lascia amare soprattutto per completezza ed equilibrio. Profumi piacevoli di frutta rossa matura accompagnano note meno dolci di spezie piccanti e note balsamiche, per una beva appagante, dove una trama tannica importante ma piuttosto morbida, accompagna un frutto dolce e gratificante. Struttura e corpo importanti, ne fanno un vino a cui non manca nulla, dove tutto è ben equilibrato e assai godibile.

Insomma tutto quello che ti aspetti da un Nobile di Montepulciano lo trovi in questa bottiglia, diciamo pure "tradizionalista", per un vino da comprare a colpo sicuro, che non tradisce mai e ne giustifica l'esborso. Se vogliamo fare un appunto a "Il Conventino", (altrimenti che sto qui a fare!??) definirei questo rosso fin troppo "classico" nella sua precisione stilistica e nella sua sobrietà. 

Come posso dire... non é il classico "vino dell'enologo", qui c'è una bella corrispondenza territoriale e nessuna ruffianaggine, però da un vino biologico mi aspetto sempre un "qualcosa in più" che ne marca il carattere e che qui, onestamente non ho trovato. Abbiamo parlato spesso su questo blog di "vini naturali" e delle loro peculiarità, a volte anche dei loro difetti (che a molti possono non piacere), ma che contribuiscono alla tipicità di quel vino... uno scatto in più rispetto all'enologia convenzionale, frutto non solo dell'approccio "natur" in vigna, ma anche di una "filosofia" di cantina senza trucchi, che tende in primis, a favorire l'espressione del vitigno. Ecco, nella sua classicità, nella sua perfezione e nel suo equilibrio a questo Nobile viene meno questo "scatto in più", come se l'approccio biologico fosse limitato alla vigna, mentre la ricerca del "vino ben fatto" in cantina, porta ad una bottiglia che fatica ad emergere all'interno della denominazione, relegandolo al ruolo di buon vino, ottimo se volete, ma come molti altri Nobili che possiamo trovare in enoteca a questo prezzo.

Peccato, speravo di aver finalmente trovato il mio "vinnatur" anche in quel di Montepulciano... rimane comunque un ottimo vino, di quelli da portare ad un invito a cena, perché nessuno palato rimarrà deluso. Nel complesso più che soddisfatto, anche se la dicitura vino biologico lasciava presagire voli pindarici che non ci sono stati, rimane comunque un gran bel classico. Forse anche questo é un esempio di come la D.O.C.G. del Nobile, pur al cospetto di una media qualitativa elevata, fatichi a decollare e ad attirare l'interesse dei nuovi eno-appassionati.

sabato 20 luglio 2013

BIANCHI GRILLI PER LA TESTA 2011 - Trebbiano d'Abruzzo D.O.C. - Torre dei Beati

Prima annata per il Trebbiano di Torre dei Beati... crescerà... ma se il tempo che si impiega a scolare una bottiglia di vino é sinonimo di apprezzamento (e credo proprio che sia così), sappiate che il Bianchi Grilli per la Testa é evaporato in tempi da record.


Ritorno con piacere a scrivere di vino bianco, dopo tutto siamo in estate e i bianchi avanzano prepotentemente nella mia playlist al cospetto dei rossi. Mi accingo quindi a scrivere per la prima volta del "nuovo" Trebbiano d'Abruzzo di Torre dei Beati, una delle realtà emergenti più apprezzate in questi ultimi anni.

La cantina è magistralmente gestita da Fausto Albanesi e Adriana Galasso, che con i loro 17 ettari di vigna a regime biologico certificato, da cui si ottengono uve e vini che riescono a dare una bella espressione di questo territorio. Non a caso ci troviamo a Loreto Aprutino, paese "mito" visto che qui opera Valentini, indiscutibilmente il numero uno in Abruzzo. L'avventura inizia nel 1999 grazie a dei terreni (e vigneti) ereditati, una svolta nella vita di Fausto e Adriana, che sono riusciti a trasformare quello che era un sogno chiamato "Torre dei Beati", in una solida realtà da 100.000 bottiglie l'anno, espressioni dei tipici vitigni abruzzesi, Montepulciano in primis, ma anche Pecorino (ottimo il loro "Giocheremo con i Fiori") e dal 2008 una piccola parcella di Trebbiano.

Per meglio raccontarvi come esordisce questa prima annata del Bianchi Grilli per la Testa 2011 ho chiesto direttamente a Fausto di raccontarcelo... "dopo aver iniziato a produrre Montepulciano dalle vigne che mio suocero aveva piantato nel 1972, non avendo vigne di bianco ed essendo contrari a mettere in bottiglia vino  non prodotto da uve nostre, nel 2004 abbiamo acquistato un nuovo terreno e nel 2005 ci abbiamo piantato il vitigno autoctono a bacca bianca che riteniamo tecnicamente piu' interessante, il Pecorino, capace di concentrare zuccheri, di mantenere un'acidita' molto elevata, un'ottima mineralita' e di sviluppare aromi intensi e complessi.
Fatto questo, una volta, per cosi' dire, sistemato il fronte dei bianchi, abbiamo sentito la volonta' di misurarci anche con il vitigno a bacca bianca piu' diffuso nella nostra regione, questo benedetto Trebbiano dai due volti, quello del principe quando vinificato con l'attenzione e le cure necessarie per ottenere un grande vino, e della Cenerentola quando vittima delle comuni scorciatoie dell'arricchimento dei mosti o del taglio con i cosi' detti vitigni "miglioratori".
Abbiamo piantato un appezzamento di meno di mezzo ettaro nel 2008, e nel 2011 abbiamo ottenuto il nostro primo Trebbiano, in meno di 1500 bottiglie. Per ottenere un buon Trebbiano e' necessario lavorare molto sulla vigna e cercare di contenere la produzione. L'impianto e' a spalliera a 5000 ceppi per ettaro, ed a' ancora giovane per poter parlare di un buon equilibrio produttivo, che per ora dobbiamo necessariamente ottenere diradando i grappoli, nell'attesa che si instauri una giusta competizione fra le piante. Al momento della raccolta ho preferito la concentrazione acidica a quella zuccherina, per ottenere un vino che, pur non imponente di contenuto alcolico, avesse la potenzialita' per evolvere positivamente nel tempo.
Data la gradazione alcolica non elevata, mi sono potuto permettere di condurre la fermentazione sui lieviti indigeni, parte in acacia e parte in acciaio, e ho poi tenuto il vino torbido sulle sue fecce per nove mesi, prima di metterlo in bottiglia ad agosto del 2012.
Ho iniziato a vendere il vino da pochissimo, a quasi un anno dall'imbottigliamento.
Il nome "Bianchi Grilli (per la testa)" le fa capire che si tratta di una interpretazione abbastanza personale, nata piu' da una nostra volonta' di metterci alla prova che da particolari interessi di mercato, viste anche le piccolissime quantita'.
A rappresentare questa ricerca ci e' piaciuto questo dipinto di mio cognato Francesco Colonnelli, artista marchigiano, che mi piace vedere non tanto come una sagoma senza volto con dei grilli nascosti in mezzo ai capelli, quanto come una persona che ha gli occhi spostati sulla sommita' del capo per vedere meglio e piu' lontano".


Nel bicchiere sfoggia un giallo paglierino scarico… dinamico, snello, limpido, già alla vista trasmette leggerezza. Non si tratta di un vino “caricato a molla” e anche il naso lo dimostra, lieve e sottile, elegante, quasi timido ma con piacevole continuità… è un vino che ti sussurra all’orecchio, che si mette a nudo un poco alla volta… Amanti delle taglie forti… della ciccia e della polpa, non c’è “pane per i vostri denti” in questo Trebbiano… magro e di bella finezza, contraddistinta da una spiccata mineralità, una sottile acidità e piacevoli sentori olfattivi “verdi”… erba e fiori di campo, camomilla, note amarognole e agrumate… Il sorso poi è di “semplice” piacevolezza, fresco, dinamico e slanciato… si lascia bere che è una favola, quasi dissetante, grazie alla componente sapido-minerale che ne contraddistingue la beva… il frutto “esotico” è sempre sottotraccia, non è mai polposo ed entra in gioco solo sul finale, quando la sapidità lascia spazio a note dolciastre, che invitano al bicchiere successivo, lasciando la bocca pulita e piacevolmente soddisfatta. Un vino lineare, di grande bevibilità, semplice e discretamente aromatico, adattissimo per pasteggiare in queste calde giornate estive grazie ad un sorso rinfrescante. 

Nell’insieme il vino mi è piaciuto molto, perché sa esprimere mineralità, verticalità e territorialità. Devo però ammettere che dalle premesse e dal prezzo di vendita  mi sarei aspettato qualcosa di più… Ad esempio il loro Pecorino “Giocheremo con i Fiori” che con le dovute differenze, denota un’impronta stilistica abbastanza simile a questo Trebbiano, è un vino godibilissimo al giusto prezzo (intorno alle 10 euro) da fare scorta in cantina… in questo caso (siamo sulle 16 euro in enoteca… non proprio pochissime per un bianco), gli manca qual cosina per renderlo oltre che snello, pulito e gratificante anche più originale, succoso, curioso, complesso... insomma quello che ti aspetti da un vino “naturale” nell’eccezione più ampia del termine….

Questo mio appunto é ovviamente fortemente condizionato (e quindi va preso con le pinze) da quanto mi ha detto Fausto... prima annata prodotta, il che significa che ci vorranno ancora anni prima che la vigna riesca ad esprimersi al meglio e regalarci vini più caratteriali e strutturati. Credo che sia una sottolineatura importante per esprimere un giudizio complessivo su questo vino e la passione con cui lavorano Fausto e Adriana lascia ben sperare per il futuro, per quello che potrà diventare il cru della casa. Insomma, vino in divenire e il bello deve ancora arrivare!! 

Come sempre, da amante delle etichette, quelle di Torre dei Beati sono sempre uno spasso, ed é un piacere anche estetico, mettere sul tavolo una loro bottiglia. Comunque... come spesso amo ricordare... se il tempo che si impiega a scolare una bottiglia di vino é sinonimo di apprezzamento (e credo proprio che sia così), sappiate che il Bianchi Grilli per la Testa é evaporato in tempi da record.  Il Trebbiano di qualità si-può-fare!

sabato 18 febbraio 2012

VUOI SAPERE COSA BEVI?? SU LA MANO PER L'ETICHETTONA!!

...affinché si possa continuare a vivere ed apprezzare il vino con "naturale" passione e fatica, come quella impiegata quotidianamente da alcuni produttori di vini “veri”. Questa e la magia del vino e non il retrogusto di liquirizia dell’ultimo supervino da meditazione (che poi ti viene il cerchio alla testa da quanto mediti...). 


Neanche a farlo apposta ho finito di scrivere questo post mentre la commissione europea discuteva sull'annosa questione legata al vino biologico. Così ho salvato il post e lasciato il tutto in stand-by. Meglio attendere le decisioni definitive di Bruxelles. 

Sono anni che si attende una normativa in merito, ma come spesso accade alcuni "interessi" prevaricano sul buon senso e il bene collettivo.. così ci si aspettava una svolta epocale ed invece ecco un sasso gettato nello stagno.. Riassumendo velocemente, dalla vendemmia 2012 è possibile riportare in etichetta la dicitura “Vino biologico”, mentre fino a d oggi ci si limitava alla dicitura “Vino ottenuto da uve biologiche”. Non una grande differenza a colpo d'occhio, in particolare per il consumatore meno attento o interessato all'argomento. In verità mentre in passato si certificava a biologico solo la coltivazione delle uve (quindi pensavi di bere sano perché leggevi bio, ma poi in cantina era tutto un mistero..), oggi si riconosce come biologico tutto il processo produttivo, comprese quindi le pratiche enologiche, ponendo limiti ben precisi sulla tipologia e quantità di sostanze autorizzate. Dai, é già qualcosa... ma ci vorrebbe di più...

Senza voler entrare troppo nei dettagli (anche perché sono argomenti tecnici che conosco fino ad un certo punto, non essendo un produttore ma un bevitore…), la prendo un po’ alla larga... perché credo sia doveroso avere un approccio non solo tecnico e legislativo sulla questione... non sentire solo la voce dei produttori che spesso "impazziscono" dietro a tutta questa burocrazia, e fare una mia (forse banale e semplicistica) analisi da consumatore.

Parto da una osservazione.... oggi si beve molto meno vino e non c’è bisogno di numeri per dimostrare quanto sto dicendo, basta dare un occhio alle nostre tavole. Su quella di mio padre e di mio nonno il fiasco di vino non manca e non è mai mancato. Vino rustico comprato in damigiana e imbottigliato in cantina. Non c’è giorno, pranzo o cena che sia, senza un bicchiere di rosso. Mi dicevano sempre che uno o due bicchieri mentre si pasteggia si possono bere tranquillamente, anzi, dicevano "é tutta salute!". Oggi invece si fanno una o due "stappate" alla settimana, magari perché hai un amico invitato a cena o perché è venerdì sera e dopo una settimana di lavoro vuoi rilassarti gustandoti una bella bottiglia. 

Questa semplice osservazione mi porta a tre considerazioni. Innanzi tutto la perdita del quotidiano rito di farsi un bicchiere di vino durante i pasti, il rendermi perfettamente conto che (costi a parte) con gli odierni vini, sarebbe impensabile farne un uso quotidiano, determinando così la perdita di un concetto base, ovvero considerare il vino per quello che è, un alimento. Anche in tempi di guerre  e carestie, al buon partigiano un tozzo di pane e un bicchiere di vino non si negavano mai, erano considerati la base della nostra alimentazione, mentre oggi é un extra che esula dalla quotidianità.  

Quindi a scanso di equivoci, anche se siete così “fighi” da stappare solo bottiglie di Gaja, non dimenticatevi mai che il vino è prima di tutto un alimento, come tutti i generi alimentari che compriamo quando andiamo a fare la spesa. E bene cosa obbligatoriamente deve comparire sulla confezione di un genere alimentare? L’etichetta. Esattamente, proprio per legge è obbligatorio che ci sia un’etichetta indicante non solo la data di produzione e di scadenza, ma anche tutta una serie di informazioni relative al prodotto, dalla tracciabilità (ovvero il percorso fatto da quell’alimento), alla lista degli ingredienti, fino ad arrivare ai conservanti, agli additivi chimici e quant'altro. Allora sorge spontaneo chiedersi per quale motivo sulle bottiglie di vino non debbano comparire le informazioni che per legge compaiono su tutti gli altri prodotti alimentari. Se c’è un vero motivo “non commerciale” vi prego di farmelo sapere perché lo ignoro.

Ok, il vino è il più “particolare” tra gli alimenti ma credo sia corretto e doveroso informare il consumatore su cosa sta acquistando e bevendo, pretendendo conseguentemente, l’etichettona sulla bottiglia. E’ chiaro che considerando tutto il processo enologico, a partire dalla vigna fino ad arrivare all’imbottigliamento, le informazioni da riportare sono tante, ma credo che, pur senza menzionare vita morte e miracoli, si debba quantomeno informare chi acquista una bottiglia (magari anche prestigiosa e costosa) su cosa realmente è stato utilizzato nel processo produttivo. Spiacente, ma molti di voi rimarranno sorpresi nello scoprire la quantità di ingredienti e additivi utilizzati per produrre alcuni grandi vini. 

L'etichettona, per quanto anti-estetica, può essere un buon esempio di "corretta informazione", soprattutto indicando oltre agli additivi contenuti, la quantità impiegata, perché la trasparenza sta proprio qui, nel poter cogliere la differenza tra produttori naturali e convenzionali anche in base alle alterazioni del vino, indipendentemente che ci sia in bella vista la dicitura "Vino Biologico". Faccio un esempio... noterete che quasi tutte le bottiglie riportano la dicitura “contiene solfiti” sia che si parli di produttori naturali o convenzionali. Il punto é che nessuno conosce la quantità... C’è chi utilizza il quantitativo minimo indispensabile e chi invece utilizza il quantitativo massimo concesso dalla legge (e anche di più...). Eppure la dicitura in etichetta è identica, ma credo ci sia una bella differenza tra un biodinamico che utilizza poca solforosa perché osserva una pratica enologica sana e un produttore che "ci da dentro" perché vinifica uve poco sane o vuole dare al proprio vino lunga vita…. Perché quindi, non inserirne il quantitativo? Perché con un Ansonica da 14% della’ az. Il Cerchio bevo, digerisco e sto sereno mentre con altre bottiglie della stessa gradazione alcolica e tipologia mi prende il classico “mal di capoccia”? 

Senza tediarvi troppo con un listone infinito, ecco alcune delle sostanze contenute nel vino e che ci vengono nascoste proprio perché non sono riportate sull’etichetta: metabisolfito, carboni attivi, antiossidanti, sostanze illimpidenti, lieviti per la vinificazione, chiarificanti, acidificanti, disacidificanti, resine, gomma arabica, trucioli di rovere, caramello, concentratori, stabilizzatori e molti altri ancora .. (senza contare altri "ingredienti" non consentiti) utilizzati sia per la conservazione che per standardizzare il prodotto e avere un vino che abbia ogni anno lo stesso sapore, aroma, odore.

Quindi cari amici consumatori, se mai un giorno entrasse in vigore l’obbligo di riportare tutti gli "ingredienti" con le rispettive quantità, preparatevi ad una vera e propria rivoluzione estetica delle etichette e mi raccomando, non rimaneteci male se acquistando il vostro vino preferito scorgerete un papiro lungo come tutta la bottiglia al posto della retro-etichetta. 

L’etichettona premierebbe chi opera in maniera onesta e rispettosa dell’ambiente, delle pratiche enologiche e del consumatore. Penso alla categoria dei produttori naturali, gli unici che potrebbero permettersi delle retro-etichette piccole, semplicemente  perché fanno il vino come normalmente andrebbe fatto, evitando di alterarne il gusto per compiacere il consumatore o farlo resistere il più possibile sugli scaffali del supermercato. 

Non é mia intenzione far passare alla gente la voglia di bere il vino, ne dire che il vino fa male alla salute o fare “promotion” ai produttori naturali, ho scritto questo post affinché si possa continuare a vivere ed apprezzare il vino con "naturale" passione e fatica, come quella impiegata quotidianamente da alcuni produttori di vini “veri”. Questa e la magia del vino e non il retrogusto di liquirizia dell’ultimo supervino da meditazione (che poi ti viene il cerchio alla testa da quanto mediti...). 

Quindi per quanto mi riguarda, voto si all'etichettona. Poi come sempre, l'unica garanzia è conoscere il produttore e la sua onestà nel fare il vignaiolo.

p.s. Molti in questo post non hanno trovato nulla di nuovo, probabilmente state pensando che sono argomenti ormai stra-dibattuti... ma so che ci sono lettori e consumatori, a cui piace bere il vino, ma (proprio a causa della mancanza dell'etichettona!!) sono meno informati sull'argomento. Questo post spero sia per voi, un utile spunto ad un acquisto più consapevole.

domenica 22 gennaio 2012

ANSONICA 2010 - Costa dell'Argentario D.O.C. - Az. Agr. Il Cerchio

...al costo di un qualsiasi bianco da supermercato, vi portate a casa un vino buono, sano e acquistato da un piccolo produttore a conduzione familiare... soldi che fa piacere spendere e che finiscono "tutti" in buone mani, senza "ingrassare" la grande distribuzione.


"Vivevamo a Milano, Corinna, Valentino e nostro figlio Beniamino. Avevamo uno studio di urbanistica e architettura e frequentavamo da anni la Maremma, turisti fra i tanti. Nel 1988, con l'idea di prepararci un "rifugio" per la pensione, abbiamo acquistato il podere. Avevamo voglia di verde, di aria pulita, di spazi aperti." 

Con queste semplici parole tratte dal sito dell'agricola Il Cerchio, inizia il racconto di una famiglia che ha mollato la città per dedicarsi alla campagna, e quasi per contrasto con i "veleni" della metropoli, la scelta non poteva che essere indirizzata verso un'agricoltura biologica. 

Ho avuto la fortuna di stringere la mano e fare due chiacchere con Corinna un paio di mesi fa durante "La Terra Trema" di Milano. Ho assaggiato i suoi vini (oltre all'Ansonica che ho acquistato e di cui vi scrivo oggi, Il Cerchio produce anche due rossi, uno a base Sangiovese e uno a base Alicante, più un 'Ansonica passito) e il suo olio (davvero eccellente, merita quanto se non più dei vini...) ascoltato le sue parole e l'orgoglio con cui descrive i suoi prodotti e ne rivendica la naturalità. 

Potrei azzardare nel definire Il Cerchio un produttore di vino naturale, se consideriamo con questo termine i produttori (solitamente piccoli) che operano nel più totale rispetto dell'ambiente, dell'autoctono e della tradizione. Termini come sostenibilità, consapevolezza, artigianalità ben si addicono a questa famiglia di agricoltori. Le vigne sono trattate con l'esclusivo utilizzo di rame, zolfo e funghi antagonisti, la concimazione é di tipo organico e la vinificazione avviene in maniera tradizionale. In tutto 9 ettari di terreno di cui 3 dedicati alle vigne, che consentono una piccola produzione di circa 15.000 bottiglie annue tutte certificate AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica). 

La bottiglia che ho acquistato e assaggiato é un Ansonica Costa dell'Argentario D.O.C., vendemmia 2010, prodotto al 90% min. con l'autoctono vitigno, mentre a completamento si utilizza il Vermentino. La vinificazione avviene in piccole vasche di acciaio a temperatura controllata per circa 30 giorni, a cui seguono 5-6 mesi di maturazione. Niente legno quindi. L'affinamento in bottiglia é invece limitato ad un periodo di circa un mese. Ne deriva un vino fresco, di pronta beva, con una gradazione alcolica importante (13,5%vol.) ma mai invadente e pesante, lasciando una piacevole sensazione di vino semplice, bevibile e godibile. 

Servo il vino piuttosto fresco per accompagnare il buon risottino ai frutti di mare della Betta. Nel bicchiere presenta un bel colorito giallo paglierino con riflessi dorati, limpido, luminoso e dinamico. Al naso é di media intensità e buona persistenza, una vena dolciastra richiama sentori di frutta a polpa gialla, ma sono soprattutto le note floreali e minerali ad uscir fuori e richiamare sensazioni di macchia mediterranea. Alla beva é fresco e sapido, con una leggera vena acida, equilibrata da un palato più dolce e succoso, prima di lasciarci con un finale amarognolo e minerale davvero piacevole. 

Non siamo al cospetto di un bianco strutturato, dal bouquet articolato e dalla beva "grassa", ma di un vino che ha il merito di essere "naturalmente" bevibile e digeribile, amabile e mai stancante. Se posso fare un appunto, a questo Ansonica manca un po' di sprint e di particolarità, quel tocco che potrebbe renderlo meno "tecnico" e più passionale. 

Riprendendo quanto ho scritto nel post Arriva Natale...La tredicesima buttiamola nel vino... "siccome bene o male quasi tutti, almeno una volta nella vita, vanno in Maremma (zona Capalbio per intenderci) a passare le vacanze, non dimenticatevi di fare una sosta da questi vignaioli biologici e acquistare per 7 euro il loro Ansonica che accompagnerà alla grande le vostre cene estive (e perché no del cenone di Natale) a base di pesce. Un bel bianco freakettone fresco e beverino... quello che serve per accontentare tutta la tavolata." 

Rapporto qualità prezzo davvero interessante, anche perché al costo di un qualsiasi bianco da supermercato, vi portate a casa un vino buono, sano e acquistato da un piccolo produttore a conduzione familiare... soldi che fa piacere spendere e che finiscono "tutti" in buone mani, senza "ingrassare" la grande distribuzione.

Voglio concludere con queste parole di Corinna tratte da un'intervista del 2009 (che potete leggere integralmente cliccando qui) "Il coltivare biologico, consumare prodotti biologici significa anche rispettare l'ambiente che hai attorno, perché non inquini, non lo distruggi, entri a fare parte del cerchio della natura. Da qui nasce il nome della mia azienda, Il Cerchio. L'uomo come parte della natura e non come prevaricatore."

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3 PACCHE SULLA SPALLA!! STAPPATI 2015.... ECCO LA PLAYLIST!!

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Il solito grande classico di fine anno... puntuale come il mercante in fiera, eccovi la playlist di questo 2015...

GATTINARA RISERVA 2006 - D.O.C.G. - Paride Iaretti

GATTINARA RISERVA 2006 - D.O.C.G. - Paride Iaretti
...ritroverete in questo sorso di Gattinara un vino autentico… Il collegamento imprescindibile di vigna, uomo e terra.

VIS 2011 - Barbera d'Asti Superiore D.O.C.G. - Crealto

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Ancora Crealto, ancora un grande vino... prendetemi alla lettera, la loro Barbera affinata in terracotta è una chicca che sorprende e affascina...

LA TERRA TREMA 2015 - 9°edizione

LA TERRA TREMA 2015 - 9°edizione
"Per noi acquistare una bottiglia di vino, significa acquistare consapevolezza e sapere, oltre che la gioia di godere di un vino come poesia"

PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna

PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna
Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy division, The Cure, Siouxsie and the Banshees, Bauhaus... non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.

VB1 VERMENTINO 2010 - Riviera Ligure di Ponente D.O.C. - Tenuta Selvadolce

VB1 VERMENTINO 2010 - Riviera Ligure di Ponente D.O.C. - Tenuta Selvadolce
Uno dei migliori assaggi della Riviera Ligure di Ponente... uno di quei casi in cui è il vino nel bicchiere che parla (...anche al posto del vignaiolo...)

ALTEA ROSSO 2012 - Sibiola I.G.T. - Altea Illotto

ALTEA ROSSO 2012 - Sibiola I.G.T. - Altea Illotto
Serdiana prov. di Cagliari, a pochi metri da dove nasce il vino status symbol dell'enologia sarda, troviamo una bella realtà di bio-resistenza contadina...

RIBOLLA GIALLA 2013 - I.G.P. delle Venezie - I Clivi

RIBOLLA GIALLA 2013 - I.G.P. delle Venezie - I Clivi
Una ribolla che è un soffio di vento... lontani anni luci dai bianchi "tamarrosi" a pasta gialla, tropicalisti, dolciastri, bananosi e polposi.

BARBARESCO CURRA' 2010 - D.O.C.G. - Cantina del Glicine

BARBARESCO CURRA' 2010 - D.O.C.G. - Cantina del Glicine
...piccola, artigianale, familiare, storica… un passo indietro nel tempo... la bottiglia giusta per l'autunno che verrà...

FIANO DI AVELLINO 2012 - D.O.P. - Ciro Picariello

FIANO DI AVELLINO 2012 - D.O.P. - Ciro Picariello
Niente enologo, niente concimi, approccio artigianale e tanta semplicità affinché il vino possa esprimere al meglio il territorio. Se dici Fiano, Ciro Picariello è un punto di riferimento assoluto.

DOS TIERRAS 2011 - Sicilia I.G.T. - Badalucco de la Iglesia Garcia

DOS TIERRAS 2011 - Sicilia I.G.T. - Badalucco de la Iglesia Garcia
...una fusione eno-culturale vincente, un vino che intriga, incuriosisce e si lascia amare, un vino del sole e della gioia, della bellezza territoriale e popolare che accomuna Spagna e Sicilia.

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori
...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO
Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!
da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!
...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.