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domenica 18 ottobre 2015

ALTEA ROSSO 2012 - Sibiola I.G.T. - Altea Illotto

Serdiana prov. di Cagliari, a pochi metri da dove nasce il vino status symbol dell'enologia sarda, troviamo una bella realtà di bio-resistenza contadina...



Inizio il post con una frase rubata dalla guida al "Vino Critico" curata da Officina Enoica, frase che mi ha obbligato a commissionare a nordisti vacanzieri in uscita dal continente, la ricerca dei vini di Altea Illotto, difficilmente recuperabili in questa terra di confine italo-svizzera in cui mi trovo. 

"Il vino è come uno specchio. Riflette tanto chi lo produce quanto chi lo consuma". E allora se questo è un indie wine-blog, "do it yourself" e "100% homemade", allora non posso che rispecchiarmi (almeno negli intenti) nel lavoro e nella filosofia produttiva di Maurizio Altea e Adele Illotto. Con i loro 6 ettari vitati a Serdiana in provincia di Cagliari, sono un bel esempio di agricoltura naturale senza compromessi, di contadinità fortemente legata al territorio e alla volontà di resistere a qualsiasi forma di omologazione del gusto (che si manifesta a solo 5 minuti di strada dalla cantina di Maurizio e Adele dove nasce il famoso Turriga), da quei vini sardi "toscanizzati" e internazionalizzati dalla mano di Tachis. 

Non è anche forse questa una bella storia di resistenza contadina, di contrapposizione alla moda e alle esigenze del marketing?? Non è forse la loro adesione partecipata al movimento dei "Bio Resistenti dei sapori", un ulteriore dimostrazione della volontà di proporre vino autentico e rispettoso lontano da qualsiasi concetto di vino "massivo" o ancor più innalzato a staus symbol per le tasche di pochi??

Potrei concludere qui il post, perché questo è il classico caso in cui le persone e il loro modo di interpretare il lavoro agricolo, sono ancor più importanti di qualsiasi noiosissima considerazione organolettica. Per dovere di cronaca, questi vignaioli "homemade" imbottigliano dal 2000 due versioni di vino denominate Altea Bianco e Altea Rosso, con numeri "garagisti" che si aggirano sulle 6.000 bottiglie l'anno. Dal raro e antico vitigno Nasco nasce il bianco, con aggiunta di uve Vermentino, mentre dagli autoctoni Cannonau e Carignano nasce il rosso, entrambi appartenenti all'indicazione geografica Sibiola, la più piccola della Sardegna. 

I vigneti ultra-ventennali sono allevati nelle basse colline di Serdiana, contraddistinte da suoli marnosi, calcarei e argillosi, e condotti a regime biologico (certificato) dal lontano '93, quando ancora il termine bio non faceva tendenza. Anche in fase di vinificazione si opera in maniera tradizionale e senza trucchi, con lieviti naturali e bassissimi livelli di solforosa. Per l'Altea Rosso, fermentazione spontanea, poco più di una settimana di macerazione e 7 mesi di maturazione sui lieviti in vasche di acciaio, con affinamento finale di un paio di mesi in bottiglia. 

Un rubino scuro che tende al mattone, per un vino di buon corpo che si contraddistingue soprattutto per una beva semplice e succosa, dove la maturità del frutto rosso, selvatico e boschivo, è ben accompagnata da note piccanti e una spinta acida che lo tengono sempre vivo e dinamico. Un vino che oserei definire (sicuro di non essere smentito...) più da bicchiere che da calice, più da oste che da chef, da bere senza controllo in abbinata ai piatti della tradizione, di quelli "unti e bisunti" dove non si guarda con disprezzo al grasso e non si pensa ai tempi della digestione. L'Altea Rosso ha tra le sue prerogative un sorso che rinfresca e pulisce, ma soprattutto non appesantisce... perfetto abbinato al maialino sardo o come ho fatto io in un improbabile testa-coda con un piatto della tradizione lombarda come la casoeûla, a pulire il palato da costine, cotenne e verze.

Leggete bene l'etichetta... "Vitigni tradizionali e lieviti naturali per un vero vino Sardo". Artigianle, territoriale, naturale, conviviale, per tutte le tasche (sulle 12 euro)... in una sola parola come lo definiscono i ragazzi di Officina Enoica... un vino critico.

lunedì 20 luglio 2015

SEMPLICEMENTE VINO - BELLOTTI BIANCO - Cascina degli Ulivi



...Stefano Bellotti sta al vino naturale come Grandmaster Flash sta alla musica hip hop... in entrambi i casi siamo al cospetto di "padri fondatori"... la dicitura “Semplicemente Vino”, racchiude tutta la sua essenza...


L’ennesimo blog sul vino (siamo in tanti, forse troppi) e l’ennesimo post in cui si parla di Cascina degli Ulivi. Utilità del post probabilmente pari a zero, a parte rimarcare l’importanza seminale di questa cantina nel panorama del vino “naturale”, magistralmente espressa in un vino come il Bellotti Bianco (ma vale anche per il Bellotti Rosso), che nella dicitura “Semplicemente Vino”, racchiude tutta la sua essenza. 

Mi son fatto due risate leggendo su Tripadvisor  frasi del tipo "il vino, che sarà certamente biodinamico, ma il sapore non appaga", segno evidente, che non tutti i palati (e le menti) sono ancora pronte ad accogliere il vino naturale, o (come è capitato un paio di volte anche al sottoscritto) che possono capitare bottiglie poco "stabili". 

Detto questo non si discute l'importanza della cantina di Novi Ligure, caposaldo della viticoltura naturale e biodinamica in suolo italico. Potremmo dire che il suo mentore Stefano Bellotti (che pratica agricoltura biodinamica dall'84) sta al vino naturale come Grandmaster Flash sta alla musica hip hop... in entrambi i casi siamo al cospetto di "padri fondatori" insieme a pochi altri, di quello che con il passare degli anni, diventerà un vero e proprio movimento, una cultura se vogliamo, e in alcuni casi (purtroppo) una moda per accallappiarsi sprovveduti consumatori a cui piace seguire l'onda del momento.

Certo questo non è il caso di Stefano Bellotti, anche dopo essere diventato uomo immagine dell'ultimo docufilm di Jonathan Nossiter, persevera nel suo lavoro di agricoltore resistente, dopo le non poche battaglie (e purtroppo le ingiustizie come la cancellazione dalla Doc di Gavi per il Filagnotti, causa impianto nei filari di alcuni alberi di pesco) portate avanti negli anni a difesa di un territorio, della sua biodiversità e della sua naturalità. Una Resistenza Naturale, come giustamente titola il lugometraggio.

Vigneti e vini a Cascina degli Ulivi (che svolge anche attività agrituristica), con oltre ad una ventina di ettari, dove padroneggia il cortese affiancato da barbera e svariati vitigni ligure-piemontesi, ma anche 10 ettari di seminativi, un ettaro di orto, un migliaio di piante da frutto e un allevamento di bovini, nonché un piccolo allevamento di animali da cortile.

Al fianco dei cru di cortese come il Montemarino e il Filagnotti, passando per l'eccellenza della barbera Mounbè, sono proprio le due "basi" Semplicemente Vino, i due vini più rappresentativi e che più mi danno soddisfazioni, anche in virtù di un rapporto qualità prezzo democraticamente onesto (tra le 9-10 euro). Il Bellotti Bianco è vino estivo e versatile da uve cortese in purezza, provenienti dal vigneto di Tassarolo, che sorge su terreni argillosi, con una resa di 50ql/ha. Vinificazione e affinamento in botti di acacia (da 110hl per 11 mesi). Lieviti indigeni, nessuna aggiunta di solforosa (che si limita così a 15 mg/l) e chiarifica per decantazione con leggera filtrazione in fase di imbottigliamento. Gradazione 12%vol. Cascina degli Ulivi aderisce al movimento Triple A (Agricoltori, Artigiani, Artisti).

Non conoscessi vino e storia di questa cantina, devo ammettere diffiderei da questa bottiglia... non mi sono mai fidato dei produttori che "gridano" la loro artigianalità e la loro naturalità. La bella etichetta mette un po' pretenziosamente in bella mostra i termini BIODINAMICO / NATURALE / AUTENTICO, ma come ho scritto sopra e come si usa dire... c'è chi può tirarsela e chi no, chi con queste operazioni risulta ruffiano e chi invece (come in questo caso) può permetterselo, perchè sono la sua storia, il suo percorso, le sue lotte e perchè no, i suoi vini, a fargli guadagnare il rispetto degli eno-appassionati.

Che dire quindi del Bellotti Bianco?? E' semplicemente vino, aggiungerei semplicemente vino buono e sano, vino da bere senza freni in una bella tavolata tra amici, abbinato a piatti semplici e non troppo elaborati, come semplice, naturale e conviviale dovrebbe essere il rapporto con il cibo e la tavola. Giallo paglierino piuttosto carico, è vino che scivola via in una apparente semplicità dettata da una beva facile, piacevole e rinfrescante. Si mantiene vivo e gustoso dal primo all'ultimo sorso, senza mai stancare o appesantirci, in un bel mix tra la materia del frutto agrumato (senza quegli eccessi tropicalisti che accumunano troppi vini bianchi), il profumo dei fiori di campo. Una beva di bella tensione sapido-minerale, dal finale amarognolo, un po' frutta secca e un po' burro salato, con una spruzzata di lime che gli conferisce un tocco citrino. A chi associa puzze e puzzette ai vini naturali, il Bellotti Bianco, risponde con freschezza, fragranza, profumi autentici e di grande pulizia, per una beva cristallina...

Sicuramente da inserire nella lista dei vini glu-glu per questa torrida estate 2015. 

mercoledì 28 maggio 2014

FALCO PEREGRINO 2012 - Terre Siciliane I.G.T. - Bosco Falconeria

...un indissolubile legame con la terra, la volontà di essere contadini senza scendere a patti con un sistema commerciale e di marketing, che anche in Sicilia vede molte aziende vitivinicole, produrre vini figli dell'omologazione e delle esigenze di mercato.


Bosco Falconeria é un'altra di quelle belle realtà contadine del sud, che noi qui al nord, abbiamo l'opportunità di conoscere ed apprezzare i loro prodotti, grazie ad iniziative come La Terra Trema, che nel corso degli anni ha portato nel cuore di Milano "la qualità" di tanti vignaioli sovversivi.

Nata negli anni 30 e situata nell'omonima contrada tra Alcamo e Partinico, sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Bosco Falconeria é un'azienda agricola di circa 17 ettari, gestita da Antonio Simeti e la moglie Mary Taylor, oltre che dalla figlia Natalia Simeti e il marito finlandese Rami Salo. Azienda di famiglia, abbandonata per un breve periodo sul finire degli anni 60 e poi recuperata con forza di volontà e passione, diventando sul finire degli anni 80 una delle prime aziende agricole ad intraprendere la strada del biologico e successivamente della biodinamica. La coltivazione della vite ha sempre avuto un ruolo centrale, con circa 6 ettari di vigneti autoctoni siciliani, Catarratto in primis, ma anche un po' di Nero d'Avola. Il resto dei terreni sono un esempio lampante di biodiversità, oltre alle uve troviamo infatti ulivi, numerosi alberi da frutto, ortaggi e seminativi. Conduzione natur, biodiversità, sostenibilità energitica attraverso un impianto fotovoltaico, vendita diretta, co-produzioni, corsi di Tai Chi Chuan e soprattutto prodotti a marchio "Pizzo Free", essendo associati al comitato Addio Pizzo. 

E' sempre un piacere scrivere di produttori che fanno dell'etica un loro punto di forza ed invitano noi acquirenti ad un consumo critico, soprattutto in tempi in cui anche le grandi industrie del vino sventolano il marchio bio e ci bombardano con ingannevoli immagini di artigianato rurale, credo sia doveroso mettere i puntini sulle "i" e sostenere chi il "vino critico" lo produce veramente, attraverso un indissolubile legame con la terra, la volontà di essere contadini senza scendere a patti con un sistema commerciale e di marketing, che anche in Sicilia vede molte aziende vitivinicole, produrre vini figli dell'omologazione e delle esigenze di mercato.

I vitigni di Bosco Falconeria sorgono in zona collinare a circa 250 metri di altitudine, allevati a spalliera su terreni calcarei a medio impasto. Conduzione naturale dei vigneti, non vengono utilizzati prodotti di sintesi e  anche i trattamenti con rame e zolfo sono ridotti al minimo indispensabile. 3 i vini prodotti, per una produzione totale inferiore alle 10.000 unità, principalmente Catarratto, ma anche 2000 bottiglie di Nero d'Avola e un migliaio di Falco Peregrino, lo stappato di oggi.

Trattasi di vino bianco da uve Catarratto extralucido in purezza, provenienti da vigneti con quasi 15 anni di età e una resa di circa 75ql. La raccolta manuale delle uve avviene a settembre, quando si raggiunge una completa maturazione. Macerazione sulle bucce, solo acciaio e soprattutto nessuna aggiunta di solfiti, nè in fase di lavorazione, né in fase di imbottigliamento. Gradazione alcolica di 11 gradi e prezzo in enoteca sotto le 10 euro (pagato 7 direttamente dal produttore).

Appena versato nel bicchiere l’impatto visivo svela fin da subito il carattere di questo vino. Il caratteristico colore a “buccia di cipolla” inserisce di diritto il Falco Peregrino nella categoria degli “orange wine”, ma possiamo anche osservare un vino piuttosto dinamico e pulito, quasi a volerci dire “ok mi hanno macerato ma non in maniera così estrema”… qualche particella in sospensione si nota, più che altro dovuta ad un po’ di sedimento naturale, ma siamo ben lontani da alcuni macerati “estremi” affrontati in passato, densi e torbidi. Naso e palato vanno a braccetto, a conferma di quanto osservato nel bicchiere, bianco macerato ma senza eccessi. All’olfatto non è per nulla invadente, piuttosto timido ma persistente. Se ne esce con note di agrumi, mandorle amare, frutta secca, salvia, idrocarburi e lieve trama salmastra. La beva è piuttosto snella e scattante... attacca dolce e chiude amarognola, lasciando al palato una piacevole sensazione liquorosa. Meno complesso e articolato, ha il merito di mantenere una piacevole acidità e una bella mineralità, come se ci trovassimo al cospetto di un bianco giovane e beverino ma in versione macerata. Rispetto ad altri macerati estremi, tanto particolari e originali al gusto, (ma che spesso risultano impegnativi dopo due o tre bicchieri), questo Catarratto, sa essere originale, per qualcuno insolito, ma anche assai godibile e digeribile. 

Non un grande bianco nel senso più comune del termine (come ad esempio può essere definito il Trebbiano di Valentini) ma un ottimo vino di territorio dal rapporto qualità-prezzo invidiabile. Come in occasione del Grillo di Barraco, anche con il Falco Peregrino troviamo nel bicchiere un sorso di Sicilia, un sorso artigianale e contadino che esalta il carattere di una regione enologicamente ancora ricca di contraddizioni
 

lunedì 12 agosto 2013

CHIANTI COLLI SENESI 2008 - D.O.C.G. - Az. Agr. Pacina


...sa essere contadino e artigianale, sa esprimere la potenza e il vigore che ti aspetti da un vino che non si piega alle tendenze e ti stupisce con una beva mai doma, ricca di succo e di  polpa masticabile, che ci lascia felici e appagati, obbligandoci a leccarci le labbra una volta posato il bicchiere.


E' con non poco entusiasmo che mi appresto a scrivere di questo "piccolo" ma grande Chianti dei Colli Senesi. Deve ammettere che in questo caldo inizio di Agosto, ho bevuto soprattutto vini bianchi ed era da un po' che non mi bevevo un rosso con così grande piacere e soddisfazione. Per raccontarvela tutta devo partire dall'inizio, ovvero dall'acquisto di questo Chianti (e del loro ottimo farro) dell' Agricola Pacina, azienda gestita da Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa in quel di Castelnuovo Berardenga, che ho avuto modo di incontrare a Vini di Vignaioli in quel di Fornovo. Ho assaggiato i loro vini e alla fine ho optato per questo Chianti che mi é sembrato il più interessante del lotto, oltre che venduto ad un prezzo decisamente onesto (12 euro).  

Pacina il cui nome di origine etrusca significa niente meno che "Bacco", ha la propria sede in un antico convento del decimo secolo, in un ambiente dove regna la biodiversità, tra vigneti (circa 10 ha.), boschi, oliveti, cereali e altro ancora. In grande armonia con la natura circostante, in questa terra di confine tra il Chianti Classico e quello dei Colli Senesi, Giovanna e Stefano non conducono semplicemente un'azienda agricola, ma protraggono una cultura rurale che affonda le radici in un passato ricco di storia, tradizioni e cultura. La scelta del biologico appare quasi scontata e obbligato per chi vuole vivere in simbiosi con l'ambiente circostante... e mantenerne vivo il carattere e l'unicità. La gestione naturale della vigna, il ridotto interventismo in cantina, la riduzione delle rese a 50ql/ha., sono il mezzo affinché la tipicità rurale di Pacina possa esprimersi nei loro vini. Su terreni principalmente sabbiosi/argillosi, si coltivano Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo e Syrah per i rossi, Trebbiano e Malvasia per i bianchi, per una produzione annua di circa 45.000 bottiglie. 

Il vino che vado a stappare é un Chianti dei Colli Senesi, annata 2008, quasi un Sangiovese in purezza se non fosse per quel 3% di Canaiolo e Ciliegiolo. Le uve fermentano in vasche di cemento sui lieviti indigeni, e ci rimangono a macerare per ben 6 settimane. Affinamento piuttosto lungo, 14 mesi in fusti da 500 litri e botti da 17/25 hl di rovere, più un anno in bottiglia. Vino non filtrato.

Allora, fatte tutte le dovute mosse necessarie per servire il vino ad una temperatura più o meno adeguata (qui in prealpi si bolle!!) mi ritrovo un vino che onestamente non ricordavo così "buono"!! Nel bicchiere un rosso rubino intenso, concentrato e profondo, ma dai riflessi vivi e brillanti.... vino consistente e tosto come non mi capitava da un po' (anche perché in estate prediligo i bianchi )... al naso mantiene le aspettative... vinoso ed intenso, dritto e persistente, leggermente alcolizzato (14.5%vol.), frutta sottospirito, accompagnata da note terrose e floreali, con leggero sentore animale in sottofondo. Non un naso particolarmente complesso, che non va alla ricerca delle sfumature e dell'eleganza, ma che vuole esprimere fin da subito il suo vigore e la sua fierezza, lasciando solo dopo una buona ossigenazione, spazio alle note più fruttate e speziate. La beva ha grande corrispondenza gusto-olfattiva, con ancora un sentore alcolico leggermente sopra le righe, accompagnato da un tannino ancora su di giri e un corpo pieno, ricco di materia, splendidamente equilibrato da una componente sapido-minerale che mantiene il vino "su di giri", teso e sul pezzo.

Queste le sensazioni della prima mezza bottiglia.... Ritappata con il suo stesso tappo di sughero, l'abbandono in cucina e la ripesco il giorno dopo, me la bevo i giardino tutto solo.... io, il Chianti e un buon libro. Il vino si é rilevato ancor più buono rispetto al giorno prima.... puzzetta sparita, alcool calmirato... mantenuta alla grande energia ed intensità, un vino sotto certi aspetti pazzesco. Me lo sono proprio "goduto" fino all'ultima goccia, ed era da tempo che un rosso non mi regalava un così "rustico" appagamento. Da una parte abbiamo ancora chi persevera a produrre vini con il ricettario, omologati e costruiti, vini spesso legnosi e pesanti, seduti dopo il terzo bicchiere (sempre che si siano alzati), dall'altra la contro-tendenza di sgrassare il più possibile i vini, puntare sulla leggerezza, sullo stile "Borgogna"... ma per fortuna nel mezzo ci sono vini genuini come questo Chianti a cui poco importa della tendenze e riesce con innata semplicità ad esprimere l'autenticità e la ruralità del luogo in cui nasce. Per questo é "sovversivo", perché sa essere contadino e artigianale, sa esprimere la potenza e il vigore che ti aspetti da un vino che non si piega alle tendenze e ti stupisce con una beva mai doma, ricca di succo e di  polpa masticabile, che ci lascia felici e appagati, obbligandoci a leccarci le labbra una volta posato il bicchiere.

A suo modo un "grande" vino perché ti manda a letto contento, appagato e soddisfatto... questo é il vino che ogni oste dovrebbe servire ai propri ospiti... ma non dimenticatevi che questo è un vino dal grande potenziale, e se a differenza del sottoscritto, lo saprete aspettare ancora qualche annetto, potrebbe ulteriormente evolvere, mantenendo vivo il suo carattere e la sua autenticità, acquisendo maggior complessità e sfumature...

Rapporto qualità/prezzo assolutamente eccellente, da fare scorta in cantina (a me é rimasto solo mezzo pacchetto del loro farro), ed inserire nella classifica dei "the best" per l'anno in corso... di sicuro é un vino che per sincerità espressiva e godibilità di beva vi rimarrà indubbiamente nel cuore... e visto che é tempo di vacanze... se siete in Toscana non dimenticatevi di passare da queste parti...

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...una fusione eno-culturale vincente, un vino che intriga, incuriosisce e si lascia amare, un vino del sole e della gioia, della bellezza territoriale e popolare che accomuna Spagna e Sicilia.

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...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

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Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

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da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

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...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.