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martedì 26 maggio 2015

BIANCHE FORME 2013 - Candia dei Colli Apuani D.O.C. - Terre Apuane



...mi piace pensare che a Terre Apuane, piaccia presentare un vino dallo spirito adolescenziale, a cui piace rimanere vivo e scalpitante, espressione diretta e senza fronzoli di un territorio e della sua annata, di se stessi e della propria indole di vignaiolo e contadino.


Forse molti di voi eno-fanatici già conoscono questa cantina, ma per me quella di Terre Apuane é una piacevole novità, una "new entry" che ho avuto modo di conoscere all'ultima edizione de La Terra Trema, e che dimostra ancora una volta, che c'è una viticoltura fatta da giovani vignaioli intelligenti e scalpitanti, che hanno la volontà e la forza di riprendersi la terra per viverla. Uno scatto fondamentale e una presa di coscienza importante, un taglio netto con quell' agricoltura che le generazioni passate hanno trasformato in sfruttamento del suolo e delle risorse. 

Direi che scrivere di Terre Apuane come di una novità nel panorama vitivinicolo nazionale sia tutto sommato corretto, essendo una realtà nata nel 2011, in località Castelpoggio, provincia di Carrara, incastonata tra il mare e le Alpi Apuane, in una terra di confine tra Liguria, Emilia e Toscana, non lontano dai Colli di Luni, dalle cave di marmo e dal mito del lardo di Colonnata. Siamo nel territorio del Candia D.O.C., una striscia di terra dai ripidi declivi che guardano il mare. Qui Emanuele Crudeli da vita a Terre Apuane, realtà vitivinicola di 5 ettari e 15.000 bottiglie, contenenti succo di uve autoctone, rosse e bianche, Sangiovese, Massaretta e Vermentino nero, Vermentino bianco,  Albarola, e Malvasia. Situata ad una altezza di 700m, è la cantina più alta di Toscana, il che significa viticoltura difficile, simile a quella di montagna, con l'intento di gestire nella maniera meno invasiva possibile, in un’ottica di agricoltura biodinamica, i due vigneti: “La Perla” di impianto recente e “Forma Alta”, vigneto risalente all’epoca romana, entrambi affacciati sul mare.


Ed è proprio il Bianche Forme 2013, con uve provenienti dal vigneto più vecchio, con un’età media di 60 anni, che mi sono prosciugato. Vermentino 70%, Albarola 20%, Malvasia 10% è il mix di uve da cui prende vita il Bianche Forme, attraverso una pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata, affinamento in vasche di cemento per circa sei mesi e 2 in bottiglia. Poco più di 4000 bottiglie prodotte. Gradazione Alcolica 13.5%.


Se non fossi un indie wine blogger per pochi intimi ma un degustatore di Slow Wine (essere pagati per bere e scrivere anziché pagare per poter bere e cercare del tempo libero per scrivere…), non ci penserei due volte nel piazzare il Bianche Forme nella lista dei “vini quotidiani”. Spero di aver reso l’idea… perché questa è la sensazione che mi è rimasta a bottiglia svuotata… la sensazione di essermi imbattuto in un bianco a cui piace collocarsi al centro della tavola, che predilige farsi bere più che sorseggiare. 

Paglierino, limpido, magro, dinamico, diretto e schietto, spicca da subito per una marcata acidità, che soprattutto nei primi sorsi, domina un po’ la scena. Le uve coltivate in altura a ridosso delle Alpi, danno vita ad un bianco che denota le caratteristiche dei vini di montagna, ma “spruzzati” dalla salsedine del mare… vini freschi, tesi, minerali, amarognoli, erbacei, sapidi, lasciando in sottofondo le sensazioni più morbide e solari, la dolcezza “tropical” del frutto maturo.Tipicamente Vermentino.


Non gli manca sicuramente il carattere, forse un po’ di equilibrio e finezza. Per rendere l’idea, il Forme Bianche mi ha un po’ ricordato i Vermentini di Andrea Kihlgren di Santa Caterina e prendetelo come un complimento. Le carte in regola per diventare grande sembra averle tutte, forse è solo questione di tempo, di mettersi in spalla un po’ di vendemmie ed esperienze. O forse no, perché mi piace pensare che a Terre Apuane, piaccia presentare un vino dallo spirito adolescenziale, non alla ricerca della perfezione, ma di un vino vivo e scalpitante, espressione diretta e senza fronzoli di un territorio e della sua annata, di se stessi e della propria indole di vignaiolo e contadino.


Prima di concludere permettetemi un consiglio…. Se siete frequentatori dei vari Critical Wine, potrà capitarvi di incontrare i ragazzi di Terre Apuane e i loro vini, ed oltre a riempire bicchieri, li troverete intenti a tagliare fettine di un lardo che recuperano da un produttore delle loro parti… (vorrei menzionarlo ma non ricordo più il nome… ). Io ne ho comprati due pezzi giusto per non sbagliare…. Ho stappato la bottiglia di Bianche Forme bella fresca, preso un coltellaccio e giù a tagliare il lardo fettina dopo fettina, un abbinamento “commovente”, ideale per staccare la spina un paio d’ore e fare pace con il mondo. Dimenticavo… 10 euro al banco assaggi e da “flyerista” non posso che apprezzare la creativa linea grafica delle etichette. A me "Terre Apuane" stanno simpatici.

martedì 21 aprile 2015

MONTEVERTINE 2008 - Toscana I.G.T. - Montevertine



I grandi dischi li metti su e ti emozioni dal primo all’ultimo pezzo…  Il Montevertine è perfetto così, dal primo all’ultimo sorso, inconfondibile nello stile che punta l’ago della bussola dritto su Radda. 


Mi sono preso una piccola pausa di inizio primavera, avevo bisogno di staccare dal grigiore invernale per lasciarmi accecare dal blu del cielo e del mare, annegando nei sorsi minerali di Forlini Capellini, perché non si può godere fino in fondo dell’incanto “ligure” di Manarola senza il suo bianco delle Cinque Terre… Riparto con qualche tacca in più nell’indicatore della batteria, dopo le energie consumate nel mega-post dedicato ai cinque rossi del Castello Conti, e lo faccio alla grande, ripartendo dal cuore del Chianti Classico, comune di Radda in Chianti, per raccontarvi l’ennesima eno-esperienza, questa volta al cospetto di uno dei migliori Chianti Classico “fuori categoria” in circolazione. Post assai inutile per i molti appassionati devoti ai vini della famiglia Manetti e di quel “Le Pergole Torte”, vino simbolo della produzione vitivinicola di Montevertine. Per tutti i neofiti, prego segnarsi in agenda questo nome, nella lista dei produttori imperdibili, quelli per cui almeno una volta nella vita val la pena fare un sacrificio...


Altro spunto di interesse del post odierno, è che non sono qui a decantare il vino “simbolo” dall’etichetta artistica a firma Alberto Manfredi, ma del suo “fratello minore” vino che porta il nome della cantina e che a mio modesto parere, più di ogni altro si eleva a simbolo di questo territorio, anche se non ne porta il nome e il Gallo Nero, preferendo andare per la sua strada e uscire come semplice I.G.T. 

Tralasciando qualsiasi riferimento polemico e polemizzante sulle infelici uscite di Martino Manetti, di cui molto si è scritto un anno fa e che sicuramente non gli valgono punti simpatia qui a Simo diVino, anzi, ti passa anche un po’ la voglia di stappare… scuoto il capo e mi concentro su questioni “squisitamente” enoiche, perché non si discute l’importanza e il ruolo che Montevertine ha nel panorama vitivinicolo toscano e nazionale, una cantina simbolo, che ha indubbiamente scritto alcune delle pagine più belle del territorio chiantigiano. Una cantina oggi definibile con l’abusato termine di “tradizionalista”, ma sicuramente “futurista” e “innovativo” quando un visionario Sergio Manetti, in tempi non sospetti, capì di avere tra le mani un vino a suo modo unico, un cavallo di razza superiore che meritava di essere valorizzato e distinto dalle innumerevoli fiaschette di Chianti che si servivano nelle osterie. 


E’ stampata nella storia la data del 1967, quando l’imprenditore siderurgico Sergio Manetti, acquista Montevertine come residenza estiva, e da appassionato iniziare la sua avventura nel mondo del vino impiantando due ettari di vigneto. Il 1971 è l’anno dell’esordio e le prime bottiglie riscuotono subito un grandissimo successo. Il resto è storia, con la costruzione della cantina, il restauro della casa, l’impianto dei nuovi vigneti, i successi e i riconoscimenti… Oggi a guidare la cantina è Martino Manetti, a lui il non facile compito di tenere viva la leggenda di Montevertine. 


Oggi sono 18 gli ettari vitati e circa 80/90.000  bottiglie prodotte, con il sangiovese costituisce circa il 90% del totale delle viti piantate, mentre il restante 10% è costituito da Colorino e Canaiolo. I vigneti sono costituiti da viti più vecchie allevate a Guyot e da quelle reimpiantate recentemente a cordone speronato e con densità di impianto più elevate. Dall’annata 2009 si è intrapresa una conduzione totalmente biologica dei vigneti, con inerbimento spontaneo, utilizzo di compost e unicamente rame/zolfo come forma di difesa della vite .


Il Montevertine è costituito dal più classico assemblaggio chiantigiano, con il sangiovese (90%) che domina su piccole quantità di canaiolo e colorino, le altre due tipiche varietà autoctone di queste zone. Ovviamente la qualità parte dalla selezione in vigna, con conseguenti basse rese (45hl/ha). Particolarità l’utilizzo di vasche in cemento per la fermentazione, mediante l'uso di lieviti indigeni mentre l’affinamento si svolge in botti di Slavonia per 24 mesi. Gradazione del 12.5%vol. e prezzo di acquisto pari a 28euro (ad oggi dovete aggiungerci almeno un 5euro…). 


Da più parti gli “esperti” hanno indicato nel 2008 come un Montevertine di grande prospettiva, il classico vino che bisogna saper attendere. Alla fine non sono riuscito a tenere la bottiglia in cantina più di due anni, avrebbe tranquillamente soggiornato più a lungo, ma sono io il “debole” che ha ceduto alla tentazione e tutto sommato non mi è andata male, visto che la beva si è rilevata ottimale. 


Ritrovo nel bicchiere un elegante rosso dal color rubino opaco, pulito, fine e trasparente. Glu glu… ed ecco rilevarsi il Sangiovese nella sua forma più nobile. Un sorso impeccabile per fluidità, pulizia, equilibrio, finezza, senza esagerare in scarnificazione e sottrazione, mantenendo quei profumi e quel carattere verticale che punta l’ago della bussola dritto su Radda.  

Semplicemente un grande vino, senza bisogno di esplicitarne il motivo, è tutto un insieme di sfumature e sensazioni che quadrano a meraviglia nella maniera più naturale possibile, una bellezza che genera un sorso semplicemente entusiasmante. I grandi dischi li metti su e ti emozioni dal primo all’ultimo pezzo… il disco suona così, perfetto e quando la puntina “gracchia” non è un problema, anzi rende ancora più emozionale e vivo il momento. Il Montevertine è perfetto così, dal primo all’ultimo sorso, inconfondibile nello stile, con guizzi squisitamente dolci di sottobosco, dai sentori di erba fresca e viole, sussurrata mineralità, dalla tridimensionalità del sorso che cresce in persistenza con il passare dei minuti, mai stancante e sempre vivo, appagante, convincente, a tratti succoso, con un fondo sapido e leggermente terroso che lo fanno “gracchiare” come la puntina sul vinile. Un vino che solo gli amanti dei muscoli potranno etichettare come esile e sfuggente, per tutti gli altri è l’emblema della sensualità, un vino che ha stoffa e personalità, che sa brillare di luce propria, il tutto in un’annata come la 2008, che ha dato vita a vini meno pronti e più maschi. 


Una collina baciata dagli dei, quasi un luogo sacro per il Sangiovese e giustamente meta di pellegrinaggio per tutti noi devoti ai vini di territorio. 


Non resta che augurare lunga vita alla leggenda di Montevertine, oggi che alcuni dei fondamenti sono venuti a mancare, non solo il genio di Sergio Manetti che manca oramai dal 2000, ma anche la competenza tecnica di un degustatore di eccezione e maestro del sangiovese come Giulio “bicchierino” Gambelli e Bruno Bini, cantiniere storico della famiglia Manetti. 

Tra gli appassionati più “facinorosi” c’è chi rimpiange il fondatore Sergio, chi sostiene che il figlio Martino non sia all’altezza del suo predecessore, che abbia poco del vignaiolo e più dell’imprenditore, che non abbia lo “stile” del padre, e questo si fa sentire anche nei vini.


Non posso essere io a dirvelo, non ho avuto la fortuna di assaggiare le vecchie annate prodotte da Sergio Manetti, di sicuro ancora oggi Montevertine rimane una cantina che non si discute, per cui si nutre una forma di amore-rispetto-soggezione che si prova solo al cospetto dei grandi, di coloro che in qualche modo hanno scritto un piccolo pezzo di storia. Quando infili il cavatappi nel sughero avverti quella piccola scossa che ti scuote ogni qual volta vai a stappare un Biondi Santi, un Bartolo Mascarello o un Quintarelli, ogni qual volta appoggi la puntina su un vecchio capolavoro di Dylan, degli Stones o dei Velvet Underground. 


Montevertine è un vino irrinunciabile, ma consiglio vivamente di “declinare” anche sul Pian del Ciampolo che rappresenta il vino “base” della cantina… costa la metà… e saprà “dissetarvi” con tanta gioia…

martedì 17 marzo 2015

MONTECUCCO SANGIOVESE RISERVA 2010 - D.O.C. - Az. Agr. Parmoleto

La Maremma, troppo spesso terra di conquista.. ritrova la sua autenticità in realtà rurali e tipicamente toscane come quella di Duilio Sodi


Ogni anno prima di avviarmi in direzione Leoncavallo per l'imperdibile appuntamento con La Terra Trema, mi stampo la lista dei partecipanti e ne evidenzio una decina che non voglio perdermi… ai quali ovviamente si aggiungono gli amici da cui si passa per un saluto e un bicchiere, più alcuni assaggi casuali da fine fiera. Purtroppo il resto si salta, qualcuo ovviamente già si conosce... ma tante altre interessanti realtà che meriterebbero attenzione, rimangono inesplorate.

Il Critical Wine milanese, rappresenta un appuntamento fisso per il sottoscritto e anche per amici, non vengono quindi a mancare nei mesi successivi, i momenti "gambe sotto il tavolo", dove gustare qualche acquisto "critico" direttamente dalla rassegna milanese, permettendomi così di recuperare alcuni assaggi mancati. 

Va così, che il buon Chicco acquista e mi omaggia di questa bottiglia di Montecucco Riserva della cantina Parmoleto, da cui non mi ero mai fermato per un assaggio... quindi novità a Simo diVino. Eppure devo ammettere che tralasciando le più conosciute e blasonate denominazioni, proprio dalla provincia di Grosseto e dalla D.O.C. Montecucco, arrivano alcune delle più interessanti bevute "toscane" fatte ultimamente. Una terra fantastica in cui tutti vorrebbero vivere, incastonata tra Montalcino, la Val d'Orcia, il monte Amiata, ma che, come ho già rimarcato in passato, ha perso in "toscanità" a causa di eno-investitori milionari, sempre più indirizzati alla conquista della Maremma. Resistono ancora fortunatamente, alcune realtà più piccole ed artigianali, che stanno tenendo alto il nome di questo territorio, grazie ad un approccio più rurale e meno "brandizzato", puntando soprattutto sui prodotti autoctoni e fortemente territoriali. 

Ho già scritto su questo blog di alcune realtà interessanti di queste parti... cantine e produttori che meritano la vostra visita durante le vacanze estive, quando da turisti andrete alla ricerca dei prodotti buoni e genuini, tipicamente toscani, senza essere presi in giro... sono queste alcune realtà da segnarvi sul taccuino... Prato al Pozzo a Cinigiano, poco distante l'Az. Agr. Sant'Anna, ma mi sono piaciuti molto anche i vini di Campi Nuovi e oggi eccomi qui a segnalarvi l'Az. Agr. Parmoleto.

In questo splendido paesaggio collinare sorge l'azienda agricola di Duilio Sodi (comune di Montenero d'Orcia), produttori soprattutto di cereali come orzo, avena, grano, ma anche viti e ulivi, senza dimenticare l'allevamento dei suini e da una decina di anni anche agriturismo. Concentrandoci sulle questioni enoiche, si producono soprattutto vini fedeli alla D.O.C. Montecucco, senza dimenticare un Syrah in purezza e due I.G.T., tra cui il Cabatto, unico bianco realizzato con un mix di Trebbiano, Malvasia e Chardonnay. 

Il vino che vado a raccontarvi é la loro Riserva di Montecucco, annata 2010, realizzato con uve sangiovese in purezza. I vigneti sorgono su terreni principalmente argillosi. In totale sono all'incirca 5 gli ettari vitati, situati in collina ad un'altezza di 250m. Ad occuparsi del vino é soprattutto il figlio Leonardo, con una gestione attenta ai ritmi della natura. Come prevede la disciplinare, per la riserva, dopo la vinificazione in inox, 24 mesi di affinamento in legno (barriques) e 6 mesi in bottiglia. 3000 bottiglie di riserva, sulle circa 20.000 prodotte. 

Il vino é di un rubino scuro dalle sfumature brillanti, compatto, intenso, attacca vinoso, leggermente alcolico (15%vol.), caldo, pungente, penetrante... Beva mai doma, sempre in bella tensione, come se le barriques non avessero plasmato troppo il carattere da sangiovese purosangue e questo é un bene. Non vi nego che appena letta la retro-etichetta, vista l'alta gradazione alcolica e le piccole botti di rovere, temevo il classico rosso toscano tendente al "super", invece il vino non eccede in legno e in grassezze, non scade mai nell'autocompiacimento, preferendo mostrare il suo carattere fortemente territoriale, piacevolmente sapido, gradevolmente fruttato e di bella presa tannica, ancora verdeggiante, ma già ben integrata. Alla fine rimane un sorso pieno, gratificante e comunque importante... per un vino che sicuramente saprà sfidare il tempo. 

Bevuta interessante e di carattere, così come é interessantissimo il rapporto qualità/prezzo (siamo sotto le 15euro). Consigliato.

martedì 16 dicembre 2014

CHIANTI CLASSICO 2010 - D.O.C.G. - Monteraponi

...contemporaneamente così estivo e così autunnale, sorridente e malinconico, una sgargiante t-shirt dai colori vivi e un pantalone di velluto, una passeggiata tra i ciliegi in fiore e nel sottobosco a raccogliere funghi e castagne. 


Non sono mai stato troppo afferrato sugli abbinamenti cibo-vino e viceversa... l'importante é che siano entrambi di qualità... ma almeno quelli più classici e se vogliamo scontati riesco ad azzeccarli, così l'altra sera con due fiorentine da addentare (o presunte tali, perché dopo averle acquistate qualche anno fa all' Antica Macelleria Falorni di Greve in Chinati, ho sempre la sensazione che qui a Varese le fiorentine non esistano... ), non ho potuto fare a meno di berci sopra un Chianti Classico. Se l'abbinamento é scontato, meno lo é trovare il Chianti giusto, in una denominazione sfaccettata e ricca di sottozone, milioni di bottiglie e diverse interpretazioni, tra le quali non é sempre facile destreggiarsi e che spesso assecondano i palati dei numerosi acquirenti d'oltreoceano.  Scavare alla ricerca di quella bottiglia che riesce in qualche modo ad entusiasmarmi attraverso un approccio artigianale e tradizionale non é sempre facile e a volte bisogna andare per tentativi. 

Per questo non sono qui a raccontarvi da esperto in materia, la validità dei vini di Monteraponi, bensì la mia eno-esperienza con questo Chianti Classico acquistato grazie a qualche buon consiglio, di bevitori culturalmente in linea con i miei gusti, e soprattutto grazie ad una sorta di attrazione "fuori controllo" che mi attira verso le bottiglie con le etichette "old style". 

Monteraponi è un antico borgo medievale, risalente al X° sec. sito sul poggio omonimo ad un’altezza di 500 metri, da cui domina la boschiva valle sottostante che degrada verso il fiume Arbia. Una cartolina nel cuore del Chianto Classico, tra i comuni di Radda e Castellina.  Proprietario di questa bellezza é Michele Braganti, che si prende cura dell' azienda agricola, e che dal 2003, con le prime bottiglie prodotte, si getta nell'avventura del vino entrando dal portone principale, fieramente toscano e chiantigiano, segno distintivo che marca anche le sue bottiglie, che da subito hanno attratto gli appassionati di vini territoriali e autentici. 

Circondati dai boschi, i vigneti sono costituiti da 5 ettari storici con oltre 40 anni di età, più altri 5 di recente impianto, per lo più Sangiovese e piccole quantità di Canaiolo, Ciliegiolo e Colorino, Trebbiano. Terreni con pendenze che arrivano al 25%, sono composti in prevalenza da alberese e  galestro. Grande rigore in vigna (l'azienda é certificata bio) e accurata selezione delle uve, sia in in fase di vendemmia che in cantina. Una produzione che si attesta sulle 30.000 bottiglie annue, con prevalenza di base Sangiovese. Su tutti svettano le due riserve di Chianti Classico, il Baron Ugo, 2500 bottiglie ricavate solo nelle annate che lo consentono, da un vecchio e piccolo vigneto posto a quasi 600m di altitudine e il Campitello, 4000 bottiglie ricavate dalla vecchia vigna posta sotto l'azienda. A farla da padrone (almeno nei numeri) é ovviamente il Chianti Classico, 20.000 bottiglie, da vigne di età variabile e poi in quantità minori, un rosso, un rosato, un trebbiano, il vin santo e merlot. 

Il Chianti Classico che vado a stappare é un 2010, composto in prevalenza da uva Sangiovese con una piccola percentuale, a completamento, di Canaiolo. Gradazione alcolica del 14%vol, fermentazione spontanea senza controllo delle temperature e aggiunta di lieviti in vasche di cemento, così come la macerazione sulle bucce (circa 25 giorni). La fase di affinamento avviene invece all'interno di grandi botti ovali di rovere, per una durata di circa 16 mesi. A concludere l'invecchiamento un ulteriore mese di cemento, dove il vino decanta naturalmente prima di essere imbottigliato per caduta. Zero filtrazioni e chiarifiche. Elegante, rigoroso, quasi nobile nella sua etichetta dalle suggestioni vintage, bella bottiglia insomma, che potete accapparrarvi per una cifra tra le 15-18 euro in enoteca.

Non voglio girarci troppo intorno e vi dico subito che questo é un vino buonissimo... che vorrei avere gli scaffali pieni di bottiglie come questa. Rosso rubino scarico tendente al granato, pulito e di buona trasparenza, leggermente cupo. Stilisticamente é un vino che rientra proprio nelle mie corde gustative, per la sua ambivalenza, per la sua capacità di essere contemporaneamente, così estivo e così autunnale, sorridente e malinconico, una sgargiante t-shirt dai colori vivi e un pantalone di velluto, una passeggiata tra i ciliegi in fiore e nel bosco a raccogliere funghi e castagne. 

Non é un vino tirato, ma una semplice quanto ricca rappresentazione di un territorio, di un luogo, dove le viti sono abbracciate dagli ulivi e dal bosco. Così solare nel suo frutto succoso e dolce, nei profumi estivi di macchia mediterranea e prati in fiori; così intrigante nella sua texture piacevole e pulita al palato, quasi snella, ma dalla suggestioni polverose e terrose, una grana fatta di elegante rusticità. La beva di incantevole piacevolezza, senza alcuna grassezze e forzature, nessuna pesantezza... ha un tiro verticale e minerale, un allungo teso e vibrante, una ventata di fresca acidità sostenuta da un tenore alcolico che scalda, su una trama tannica smussata e perfettamente integrata.

Questi sono i vini che mi piacciono, vini che sanno parlarti di un luogo, che hanno carattere, che vibrano, che sanno dimostrarsi rustici ed artigianali con l'eleganza e l'equilibrio di chi sa fare il proprio mestiere molto bene. Ora non mi rimane che provare le riserve, ma già questo Chianti Classico mi ha convinto e coinvolto, a tratti in maniera quasi irresistibile, per la sua capacità di essere così diretto e così fottutamente Chianti, in un doveroso omaggio alla fiorentina che avevo nel piatto. Mi mancava solo la tovaglia a quadretti bianchi e rossi per immaginarmi in una trattoria toscana... Bravo davvero Michele Braganti... altro che vendere le uve... 
piccole quote di Canaiolo, Colorino e Ciliegiolo.

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Serdiana prov. di Cagliari, a pochi metri da dove nasce il vino status symbol dell'enologia sarda, troviamo una bella realtà di bio-resistenza contadina...

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Una ribolla che è un soffio di vento... lontani anni luci dai bianchi "tamarrosi" a pasta gialla, tropicalisti, dolciastri, bananosi e polposi.

BARBARESCO CURRA' 2010 - D.O.C.G. - Cantina del Glicine

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...piccola, artigianale, familiare, storica… un passo indietro nel tempo... la bottiglia giusta per l'autunno che verrà...

FIANO DI AVELLINO 2012 - D.O.P. - Ciro Picariello

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Niente enologo, niente concimi, approccio artigianale e tanta semplicità affinché il vino possa esprimere al meglio il territorio. Se dici Fiano, Ciro Picariello è un punto di riferimento assoluto.

DOS TIERRAS 2011 - Sicilia I.G.T. - Badalucco de la Iglesia Garcia

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...una fusione eno-culturale vincente, un vino che intriga, incuriosisce e si lascia amare, un vino del sole e della gioia, della bellezza territoriale e popolare che accomuna Spagna e Sicilia.

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

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...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO
Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!
da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!
...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.