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mercoledì 11 novembre 2015

VB1 VERMENTINO 2010 - Riviera Ligure di Ponente D.O.C. - Tenuta Selvadolce


Uno dei migliori assaggi della Riviera Ligure di Ponente... uno di quei casi in cui è il vino nel bicchiere che parla (...anche al posto del vignaiolo...)


Maledetto autunno dei record!! Ritrovarsi ad inizio novembre in giardino a mezze maniche, non mi era mai successo... qui in prealpi tira aria di primavera... Pregustavo giornate uggiose da affrontare con del nebbiolo nel bicchiere e un bel brasato da compagnia a lentissima cottura... Ed invece mi è tornata a mille la voglia di un buon bianco fresco e un bel piatto di bigoli con le sarde. 

Prima di andare a bomba sul VB1, devo obbligatoriamente fare una considerazione piuttosto banale e poco significativa, assolutamente soggettiva, ma altrettanto sincera, veritiera e determinante nella scelta di questo vino… credetemi sulla parola e datemi fiducia… i vini di Tenuta Selvadolce sono buonissimi, punto.  

Tutto questo per giustificare le 22 euro che ho sganciato direttamente nelle mani del produttore al banco assaggi di Vini di Vignaioli... Non poche se consideriamo che i vini dovrebbero essere venduti al prezzo sorgente (trovato allo stesso prezzo on line...) e che il termine “scazzato” sembra il più adatto nel descrivere “l’entusiasmo” con cui il produttore ha accompagnato gli assaggi (per essere corretto dovrei dire persona dal carattere riservato e poco espansivo). Ragioni per cui avrei rinunciato molto volentieri all’acquisto… ma al cospetto di tanta bontà… occhi chiusi, mano al portafoglio, e tutto il resto (nel vero senso della parola!) é noia. A scanso di equivoci mi permetto comunque di sottolineare che il vino vale tutte le 22 euro spese. Se penso ad esempio ai bianchi macerati del Carso di cui tanto si parla ultimamente (vini eccellenti), si viaggia più o meno su prezzi di mercato e standard qualitativi simili a questo VB1. Quindi, non lo considero un vino caro in rapporto qualità/prezzo… Ma mi rimane il dubbio sulla correttezza del prezzo applicato ai privati che acquistano direttamente dal produttore (argomento sul quale non tornerò avendone già dibattuto abbondantemente nel post “Acquisti in cantina… a volte i conti non tornano”) ancor più se non sei a casa tua,  ma in un contesto di fiera-mercato in cui è prevista la vendita al pubblico a prezzo sorgente. Discorso chiuso...

Passiamo oltre… e parliamo di cose belle… iniziate a guardarvi questo video girato tra i filari della Tenuta Selvadolce… e lustratevi gli occhi... uno spettacolo vitato incastonato tra cielo e mare… siamo sulle alture di Bordighera… vicino al “festivaliero” comune di San Remo e a pochi km dal confine con la Francia. 7 ettari di tenuta (che comprende anche uliveti) e vigneti dislocati in due zone distinte (A Ciapissa per il Rossese e Selvadolce per i bianchi) condotti dal 2004 con metodi biodinamici da Aris Blancardi, che trasforma così in vitivinicola quella che era l'azienda floricola di famiglia.

Siamo al cospetto di un produttore "naturale", responsabile e rispettoso dell'ambiente e dell'uomo. In vigna zero pesticidi e concimi chimici, mentre in cantina si lavora senza additivi e "terapie" che possono in qualche modo prevaricare l'identità finale del vino. Così a Selvadolce vengono prodotte poche bottiglie di qualità, un Rossese di Dolceacqua e poi i tre bianchi VB1 da Vermentino in purezza e due versioni di Pigato (Rucantù e il Crescendo).


Il vino che stappo è il VB1 2010, ottenuto in purezza, con solo uve di proprietà a base Vermentino, da vigneti affacciati sul mare con circa 40 anni di età e rese di 50ql/ha. La raccolta manuale delle uve avviene in vendemmie differenziate. Le fasi di macerazione, fermentazione alcolica spontanea ed affinamento, avvengono in barriques sulle fecce fine per circa12 mesi, cui seguono 6 mesi di bottiglia. Nessun controllo delle temperature, filtrazioni e chiarifiche. Solo 1800 bottiglie prodotte.

Colore vivo, di un giallo piuttosto carico e dai riflessi oro, non brillantissimo, velato e senza trasparenze, leggermente intorbidito… E’ stilisticamente un vino che mi piace molto… la macerazione ne condiziona lo stile, ma senza forzature ed estremismi, senza snaturarne la forte identità territoriale. Ne esce un vino tridimensionale, originale e piacevole al sorso, ricco di sfumature e sfaccettature che si intrecciano e si scambiano di ruolo, mantenendo il tutto in un equilibrio perfetto che ne esalta il sorso. Se cercate la Liguria nel bicchiere, qui la trovate nei richiami forti di macchia mediterranea, nei profumi aromatici del timo e della salvia, dei pini marittimi, nella salinità, nei sentori salmastri, e nelle note ossidative.  Il sorso non manca di verticalità e tensione, quasi a ricordare le giornate invernali spazzate dalla brezza marina, senza dimenticare di “coccolarci” con il suo carattere più solare ed estivo, nella presa materica che ammorbidisce e da sostanza al palato, nel retrogusto dolciastro di pesca matura e mandorle, nei profumi che richiamano le fioriture primaverili. Pieno, lungo, avvolgente, senza perdere in freschezza.

Tanta roba insomma... ho una certa passione per i bianchi liguri... spinto dalla bellezza paesaggistica... forse sono un po' di parte... ma rimane indiscutibilmente uno dei migliori assaggi della Riviera di Ponente. Se oltre che buono fosse stato anche simpatico... sarebbe di diritto uno dei miei vini del cuore...

martedì 4 agosto 2015

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...


Cos'altro posso aggiungere io, semplice appassionato bevitore, che non sia già stato scritto su questa cantina, diventata punto di riferimento indiscusso tra i produttori artigianali e "naturali"?  

Esordivo più o meno così qualche mese fa, scrivendo del Renosu Rosso, oggi, mentre volge al termine il luglio più caldo che ricordo, cercherò di raccontarvi del Renosu Bianco, l'altro vino "base" di Dettori, autentico alter ego del Rosso, tanti sono i punti in comune nei due vini, al cospetto delle ovvie differenze. 

C'è un'impronta stilistica comune, diciamo "marchio di fabbrica", ma sarebbe meglio usare il termine "mano del vignaiolo", visto che "fabbrica" è già di per sé un termine che stona al cospetto di un vigneron artigianale come Alessandro Dettori, diciamo un'idea di vino e di gusto che accomuna i due Renosu, nella dolcezza, nella succosità, nella gustosità della beva. 

Il Bianco sfodera riflessi oro piuttosto intenso, carico di solare luminosità con leggere velature, a ricordarci che siamo al cospetto di un vino "natur" che non subisce ne chiarifiche ne filtrazioni. Consistente e piuttosto materico é un vino che si lascia pregustare già con gli occhi. Non riesci a lasciarlo troppo nel bicchiere, ti viene voglia di berlo subito, e quando l'hai svuotato, hai altrettanto voglia di riempirlo di nuovo, fino a quando sconsolato, non ti resta che osservare la bottiglia prosciugata.

Vino intenso anche se non lunghissimo, come per il rosso, denota da subito un ingresso con qualche eccesso di dolcezza, un tocco mielenso che ti si attacca piacevolmente al palato, lasciando il ricordo di un frutto (albicocca) maturo, polposo e succoso. Bevuto fresco in queste calde giornate, se ne apprezza anche il suo lato più dinamico e rinfrescante, dove il dolce caldo del sud, lascia spazio a sensazioni saline, quasi a ricordarci che il mare è li a pochi passi dai vigneti, così come i rimandi di macchia mediterranea, il profumo della resina dei pini marittimi, il timo, la salvia. 

Le note "organolettiche" contano fino ad un certo punto, quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso, per un vino dal bel equilibrio tra rotondità e dolcezza, acidità e freschezza, a cui si aggiunge un prezzo di vendita più che democratico (10 euro circa a bottiglia). 

Per realizzare questo piccolo gioiello si utilizzano uve di vermentino e moscato bianco di Sennori, lieviti indigeni, nessuna aggiunta di solforosa e 2/3 anni di affinamento in vasche di cemento. 

Lo definirei un vino estivo ed esplosivo, originale al naso e al palato, ma senza quegli eccessi che a volte capita di trovare in alcuni vini "triple A". Non basta un'etichetta a garantire la bontà di un vino, ma qui potete andare sul sicuro, godibile e piacevole, se mi passate il termine "facile", che non può non piacere e convincere. 

Renosu Bianco e Rosso due fratelli da inserire di diritto in ogni top ten dedicata ai vini dal miglior rapporto qualità/prezzo. Dal produttore al consumatore, quasi impossibile trovare un difetto ai "fratelli Renosu". Questi sono i vini che più piacciono e che vado cercando, naturali, artigianali, gustosi, bevibili e per ogni portafoglio. Forse non dovrei dirvelo, ma personalmente ho un debole per questo Bianco (che adoro più del Rosso). 

Adesso posso partire soddisfatto... dopo avervi raccontato questa bevuta... si riprende a settembre... stay tuned!!

martedì 26 maggio 2015

BIANCHE FORME 2013 - Candia dei Colli Apuani D.O.C. - Terre Apuane



...mi piace pensare che a Terre Apuane, piaccia presentare un vino dallo spirito adolescenziale, a cui piace rimanere vivo e scalpitante, espressione diretta e senza fronzoli di un territorio e della sua annata, di se stessi e della propria indole di vignaiolo e contadino.


Forse molti di voi eno-fanatici già conoscono questa cantina, ma per me quella di Terre Apuane é una piacevole novità, una "new entry" che ho avuto modo di conoscere all'ultima edizione de La Terra Trema, e che dimostra ancora una volta, che c'è una viticoltura fatta da giovani vignaioli intelligenti e scalpitanti, che hanno la volontà e la forza di riprendersi la terra per viverla. Uno scatto fondamentale e una presa di coscienza importante, un taglio netto con quell' agricoltura che le generazioni passate hanno trasformato in sfruttamento del suolo e delle risorse. 

Direi che scrivere di Terre Apuane come di una novità nel panorama vitivinicolo nazionale sia tutto sommato corretto, essendo una realtà nata nel 2011, in località Castelpoggio, provincia di Carrara, incastonata tra il mare e le Alpi Apuane, in una terra di confine tra Liguria, Emilia e Toscana, non lontano dai Colli di Luni, dalle cave di marmo e dal mito del lardo di Colonnata. Siamo nel territorio del Candia D.O.C., una striscia di terra dai ripidi declivi che guardano il mare. Qui Emanuele Crudeli da vita a Terre Apuane, realtà vitivinicola di 5 ettari e 15.000 bottiglie, contenenti succo di uve autoctone, rosse e bianche, Sangiovese, Massaretta e Vermentino nero, Vermentino bianco,  Albarola, e Malvasia. Situata ad una altezza di 700m, è la cantina più alta di Toscana, il che significa viticoltura difficile, simile a quella di montagna, con l'intento di gestire nella maniera meno invasiva possibile, in un’ottica di agricoltura biodinamica, i due vigneti: “La Perla” di impianto recente e “Forma Alta”, vigneto risalente all’epoca romana, entrambi affacciati sul mare.


Ed è proprio il Bianche Forme 2013, con uve provenienti dal vigneto più vecchio, con un’età media di 60 anni, che mi sono prosciugato. Vermentino 70%, Albarola 20%, Malvasia 10% è il mix di uve da cui prende vita il Bianche Forme, attraverso una pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata, affinamento in vasche di cemento per circa sei mesi e 2 in bottiglia. Poco più di 4000 bottiglie prodotte. Gradazione Alcolica 13.5%.


Se non fossi un indie wine blogger per pochi intimi ma un degustatore di Slow Wine (essere pagati per bere e scrivere anziché pagare per poter bere e cercare del tempo libero per scrivere…), non ci penserei due volte nel piazzare il Bianche Forme nella lista dei “vini quotidiani”. Spero di aver reso l’idea… perché questa è la sensazione che mi è rimasta a bottiglia svuotata… la sensazione di essermi imbattuto in un bianco a cui piace collocarsi al centro della tavola, che predilige farsi bere più che sorseggiare. 

Paglierino, limpido, magro, dinamico, diretto e schietto, spicca da subito per una marcata acidità, che soprattutto nei primi sorsi, domina un po’ la scena. Le uve coltivate in altura a ridosso delle Alpi, danno vita ad un bianco che denota le caratteristiche dei vini di montagna, ma “spruzzati” dalla salsedine del mare… vini freschi, tesi, minerali, amarognoli, erbacei, sapidi, lasciando in sottofondo le sensazioni più morbide e solari, la dolcezza “tropical” del frutto maturo.Tipicamente Vermentino.


Non gli manca sicuramente il carattere, forse un po’ di equilibrio e finezza. Per rendere l’idea, il Forme Bianche mi ha un po’ ricordato i Vermentini di Andrea Kihlgren di Santa Caterina e prendetelo come un complimento. Le carte in regola per diventare grande sembra averle tutte, forse è solo questione di tempo, di mettersi in spalla un po’ di vendemmie ed esperienze. O forse no, perché mi piace pensare che a Terre Apuane, piaccia presentare un vino dallo spirito adolescenziale, non alla ricerca della perfezione, ma di un vino vivo e scalpitante, espressione diretta e senza fronzoli di un territorio e della sua annata, di se stessi e della propria indole di vignaiolo e contadino.


Prima di concludere permettetemi un consiglio…. Se siete frequentatori dei vari Critical Wine, potrà capitarvi di incontrare i ragazzi di Terre Apuane e i loro vini, ed oltre a riempire bicchieri, li troverete intenti a tagliare fettine di un lardo che recuperano da un produttore delle loro parti… (vorrei menzionarlo ma non ricordo più il nome… ). Io ne ho comprati due pezzi giusto per non sbagliare…. Ho stappato la bottiglia di Bianche Forme bella fresca, preso un coltellaccio e giù a tagliare il lardo fettina dopo fettina, un abbinamento “commovente”, ideale per staccare la spina un paio d’ore e fare pace con il mondo. Dimenticavo… 10 euro al banco assaggi e da “flyerista” non posso che apprezzare la creativa linea grafica delle etichette. A me "Terre Apuane" stanno simpatici.

martedì 21 ottobre 2014

BIANCO 2012 - Colline Lucchesi D.O.C. - La Fabbrica di San Martino (come salvarsi dalla Milano da bere @Erba Brusca)

All' Erba Brusca con l'orto nel piatto e il Bianco della Fabbrica di San Martino nel bicchiere... ecco come salvarsi dalla Milano da bere...


In città capita raramente di bere la bottiglia giusta nel posto giusto. Trovare luoghi dove si mette in armonia quello che si mangia con quello che si beve… combinare ambiente, personale, atmosfera, simpatia e conto finale, é davvero difficile. Mai disperare, perché se é vero che molte carte dei vini mettono tristezza, molti ristoranti sembrano fermi agli anni '80 e molti ristoratori sono simpatici come la tavoletta del cesso alle sei di mattina nel mese di gennaio... a volte capita che questo insieme di combinazioni si incastrano alla perfezione e ti obbligano a tornare sul luogo del delitto.

In un caotico sabato milanese di inizio ottobre, trovo la quadra all'Erba Brusca, una piccola chicca a pochi chilometri dalla movida dei navigli, intrappolata tra apericena, hipster in parata e diavolerie pseudo lounge... Qui troverete rifugio in un ristorante con orto naturale dove si intrecciano semplicità e savoir-faire, con un tocco moderno e giovanile, informale e decisamente alla mano, conviviale e perché no, diciamolo, qualitativamente eccelso. Alice Delcourt che propone piatti freschi, saporiti e figli dei prodotti dell'orto, accompagnati da una carta dei vini altrettanto intelligente e snella con uno sguardo "contemporaneo" sui vini naturali e artigianali. Un tocco rurale (anche nell'allestimento del locale e nell' abbigliamento degli addetti di sala), e il tocco magico di un piatto da console posizionato in bellavista davanti alla cassa... Qui sul Naviglio Pavese, prima che la città arrivasse a divorarsi la campagna, era pieno di orti, e oggi all'Erba Brusca si riparte da li... remixando il tutto in chiave moderna e originale. A Milano si può uscire vive dagli anni '80... abbiate la pazienza di allungare lo sguardo (o il passo... volendo vi bastano 15 minuti a piedi dalla metro-fermata di Abbiategrasso) e pigliatevi un paio d'ore di relax e piacere sensoriale. Se siete "culturalmente" in sintonia con questo blog andateci, fidatevi del sottoscritto (Franco Ziliani direbbe "Garantito da me!") perché raramente mi sono trovato così bene in un ristorante. (se la gioca con l'osteria Rosso di Sera per rapporto qualità/prezzo/come-mi-sono-trovato-bene). 


La dritta ve l'ho data, ora rientro nelle linee guida del blog per parlarvi di quello che all'Erba Brusca ho bevuto, e chissà che magari riesco a darvi anche un buon consiglio enoico. Sfogliando l'interessante carta dei vini, remore di un vecchio post del buon Mauro Cecchi (e qui si potrebbe aprire un'ampia parentesi sul "piccolo" ma "coinvolgente" ruolo che anche noi wine-blogger abbiamo sulle scelte degli eno-appassionati) opto senza grande difficoltà per il bianco de La Fabbrica di San Martino, che alla fine si dimostrerà un perfetto compagno di viaggio per la proposta culinaria di Alice (ho optato per il menù "Carte Blanche"). 

Inutile nasconderlo... della Fabbrica ultimamente se ne parla sempre di più e sempre molto positivamente. Eppure, li mortacci miei, non avevo ancora bevuto nulla... Mi reputo un appassionato "in divenire" e forse in me risiede ancora una sottile forma di "ignoranza" che sto cercando di colmare, evitando di soffermarmi alle conoscenze sommarie che vogliono la Toscana regione di grandi sangiovesi e temibili supertuscan, che porta l'eno-consumatore a puntare sui cavalli vincenti provenienti dal bolgherese o da Montalcino... 

Eppure nel frastagliato panorama vitivinicolo italico una cosa é certa... di vini interessanti ne troviamo ovunque, purché a prendersene cura ci siano vignaioli intelligenti, onesti e rispettosi della terra, capaci di valorizzare il terroir di cui si fanno portavoce attraverso i loro vini. E allora ecco che un bianco delle poco conosciute colline lucchesi, riesce ad entusiasmarmi molto più di tanti bianchi del blasonato Collio (per esempio).  

Io a San Martino in Vignale, pochi chilometri a nord-ovest di Lucca, dove risiede la cantina e la bellissima villa colonica, non ci sono mai stato. Ma se é vera l'equazione che i vini buoni nascono nei posti belli, non ci vuole molto per capire che qui possono solo nascere vini di grande fascino. Il merito però, va doverosamente riconosciuto a Giuseppe Ferrua e a Giovanna Tronci, che dal 2000 gestiscono con capacità e caparbietà, dedizione, passione e rispetto i 20 ettari che costituiscono l'azienda agricola e l'agriturismo. Di questi solo due ettari sono occupati dai vigneti che danno vita ai cinque vini della Fabbrica, due rossi, due bianchi e un rosé. 

Le uve tipicamente toscane, sono sangiovese in primis, ma anche ciliegiolo, canaiolo e colorino per i rossi, vermentino, malvasia e trebbiano per i bianchi. I vini "Fabbrica di San Martino" sono realizzati dalla vigna vecchia (oltre 50 anni), mentre da quella giovane si ricavano i due "Arcipressi" che fanno solo acciaio. E poi c'è la chicca chiamata "Rubino", un Sangiovese in purezza pronto a sfidare i grandi rossi di Toscana. La produzione si aggira sulle 10.000 bottiglie l'anno, con certificazione bio, ma sono ormai anni che si pratica agricoltura seguendo i principi della biodinamica e della salvaguardia della biodiversità. Per questo motivo rivestono un ruolo importante nell'equilibrio complessivo anche gli ulivi, i boschi, gli asini, le mucche e le api. Un'armonia "naturale" che mantiene il vigneto in un ottimo stato di salute, riducendo all'osso i trattamenti. Il resto lo fanno i preparati biodinamici e il sovescio che rendono vivi e fertili i terreni argilloso-calcarei su cui sorgono le viti. In cantina si vinifica in maniera tradizionale e artigianale, lasciando che il vino faccia il suo percorso senza troppe "intrusioni" dall'esterno. Solforosa bassa, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, utilizzo di botti usate... un vino senza forzature che si fa specchio del terroir.

Il Bianco della Fabbrica é un mix di vermentino, malvasia e trebbiano, non filtrato e affinato in tonneaux dopo una breve macerazione. Trovo sempre di grande interesse i bianchi dalle macerazioni non troppo spinte e questa bottiglia ne é un'ulteriore conferma. Il giallo paglierino si fa carico e splendente, dinamicità e leggerezza prendono sostanza, il naso si arricchisce di sfumature, la beva si fa più tannica e tonda. 

Questo 2012 é un vino in stato di grazia (la recente chiocciola attribuita da Slow Wine é strameritata), e dopo un primo bicchiere timido, complice una temperatura di servizio un po' troppo bassa, (unico neo dell'Erba Brusca, a mio modesto parere i bianchi macerati meglio servirli non troppo freddi...) che recupererò togliendo la bottiglia dal porta bottiglie termo isolante, é un'esplosione complessa e assai piacevole che appaga i sensi a 360° tra profumi vegetali, spezie piccanti, note sapide, frutta polposa e dolciastra, senza dimenticare un tocco ossidativo che piace. Una fusione d'insieme caleidoscopica, pieno e tondeggiante, ha buon corpo e struttura, senza perdere in allungo, nerbo e sapidità. Non pensate ad un grande vino nel senso più classico del termine, ma ad un vino che sa trasportarti con la sua vitalità, la sua energia positiva. Scordatevi le puzzette di certi biodinamici... qui troverete solo aria pulita, genuina e avvolgente, da respirare a pieni polmoni. Questo é un gioiellino, c'è poco da spiegare... c'è da bere e basta... e se ancora non sono riuscito a convincervi, sappiate che é venduto ad un prezzo incredibilmente onesto e democratico (pagato 22 al ristorante... non dovrebbe superare le 15 in enoteca). Il problema eventualmente, é riuscire a trovarlo viste l'esigue quantità prodotta (circa 4000 bottiglie). Andrei a Fornovo solo per far spesa!

Per tutti i milanesi, vi consiglio di non perdere la degustazione di martedì 28.10 al Vinodromo, con tutti i vini della Fabbrica raccontati direttamente dal suo produttore (info qui). Bravo Beppe... per la serie grandi vini di piccole cantine...

giovedì 31 luglio 2014

BIANCO TESTALONGA 2011 - Vino Bianco - Perrino Antonio



Perrino Antonio non produce vini timidi, ma fortemente espressivi, imperfetti, ruvidi e ruspanti, contadini e territoriali, originali e senza compromessi, ma maledettamente piacevoli e coinvolgenti fino all’ultimo bicchiere.


Sicuramente Dolceacqua non può vantare la fama e il blasone internazionale di città del vino come Barolo e Montalcino, ma smanettando on-line tra post vari e wine-shop, sembra che per stare “sul pezzo” ed essere dei veri “hipster” del vino, si debba bere Rossese. Qualcuno lo ha definito il vino del futuro… fresco, bevibile, snello, un rosso estivo…  roba che va di moda oggi dopo anni di vinoni "ciccia e brufoli", senza però riconoscere i meriti di alcuni produttori che hanno saputo ben lavorare con quest’uva. Personalmente delle tendenze me ne sono sempre fregato, e anche se il Rossese è un vino che mi piace assai, per me la Liguria del vino, veste soprattutto di bianco… e allora eccomi qui a stappare e raccontare di un Vermentino proveniente dalla terra del rosso Rossese… 


A Dolceacqua troviamo un vignaiolo di nome Antonio Perrino “Testalonga”, che firma vini fuori dagli schemi… non che faccia cose strane, ma su da lui il tempo sembra essersi fermato. Poco importa cosa succede nel così detto “mondo del vino”, delle guide, delle D.O.C., dei giudizi dei sommelier o dei movimenti “vinnaturisti”… qui il vino si fa artigianale e naturale per quei gesti e quelle abitudini che si ripetono nel tempo, racchiusi in un paio di ettari di vigneti e una piccola cantina da garagista, incastonata nell’ entroterra della riviera di ponente, lontano ancor più oggi che tanto se ne parla, dalle mode e dalle tendenze… 


Vado a stappare questa bottiglia di Vermentino 2011, 50° anniversario come dimostra l’etichetta supplementare… macerazione breve sulle bucce e si vede nel bicchiere, che si tinge di un giallo intenso tendente allo scuro… non possiamo parlare di vino “orange” e nemmeno di color “buccia di cipolla”, ma comunque si va in quella direzione. Poco snello e quasi impenetrabile, risulta velato e con particelle in sospensione. Già prima di versare si osserva (grazie anche al vetro bianco della bottiglia) parecchio fondo depositato, ma nessuna paura, è il sedimento naturale del vino non filtrato. Così visivamente ed esteticamente abbiamo già alcuni indizi interessanti, suggestioni quasi “vintage” che ci parlano di un vino dall’impronta rustica, ruspante, artigianale e contadina… praticamente la copia in bottiglia di Antonio Perrino. 


Naso importante, ricco, pieno di sensazioni e rimandi… non gli manca un po’ di “caratteristica” puzzetta, ma per fortuna non è troppo invadente e non infastidisce. Non manca nemmeno un po’ di volatile… ma anche in questo caso è solo un accenno che svanisce dopo pochi minuti di ossigenazione. Poi è un bel mix che spazia dagli idrocarburi alle note salmastre, si avverte salinità e mineralità, rimandi aromatici di salvia e timo, i profumi “liguri” dell’imbrunire. Non c’è spazio per finezza ed eleganza, forse queste sensazioni olfattive possono far storcere il naso a chi è abituato a bianchi più classici… ma è sempre un piacere trovare un vino dove non è la “solita” sensazione fruttata a predominare. Quindi vino senza banalizzazioni e senza “bananizzazioni”.


Con un naso del genere, al palato sorprende per bevibilità e scorrevolezza. Vini del genere risultano spesso “faticosi”, il Testalonga invece, grazie anche ad una gradazione alcolica contenuta (12.5%vol.), con sapidità e acidità “sgrassanti”, regala un sorso poco tondo e decisamente rustico, ma asciutto e scorrevole. Beva invitante, bottiglia “stesa” piuttosto velocemente e con indice di gradimento piuttosto elevato.


Non cercate qui la leggerezza di un “fresco” bianco per l’estate, tanto meno eleganza e finezza… Perrino Antonio non produce vini timidi, ma fortemente espressivi, imperfetti, ruvidi e ruspanti, contadini e territoriali, originali e senza compromessi, ma maledettamente piacevoli e coinvolgenti fino all’ultimo bicchiere. Non è di facile abbinamento, ma in questo luglio autunnale, l’ho servito non troppo freddo con un coniglio alla ligure… e come dire… non rasenta l’incastro perfetto, ma sa dare grandi soddisfazioni.


In attesa di partire per il Friuli del Collio e del Carso, ci voleva proprio un vignaiolo come Antonio per chiudere in bellezza il blog  prima della pausa estiva, anche perché ultimamente trovo sempre più soddisfazioni nello stappare la Liguria… Qui forse non si fanno le “grandi” bottiglie, ma piccole produzioni che in molti casi sfociano in sorsi tesi e minerali di grande corrispondenza territoriale… come questo Bianco Testalonga. Se per l’estate passate da Dolceacqua non vi resta che risalire i suoi stretti vicoli e far sosta da Antonio Perrino. Alternativamente… non vi resta che cercare… prezzo al dettaglio sulle 13-14 euro.

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...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO
Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!
da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!
...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.