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martedì 8 dicembre 2015

VIS 2011 - Barbera d'Asti Superiore D.O.C.G. - Crealto



Ancora Crealto, ancora un grande vino... prendetemi alla lettera, la loro Barbera affinata in terracotta è una chicca che sorprende e affascina...



Breve riassunto delle puntate precedenti… partendo dai “classici”... sul Grignolino "Marcaleone" ho già dato... e anche ridato... per me rimane il top, pochi vini mi creano una dipendenza così forte... ne servirebbe almeno un bicchiere al giorno... un po’ come il caffè della mattina... non puoi farne a meno... ti rigenera... Mi sono già espresso anche in merito alla Barbera d'Asti "La Svolta",  vino assai piacevole e piaciuto, tanto da farne oggetto per i miei regali natalizi un paio di anni fa (ed è piaciuta). Geograficamente siamo nel Monferrato Casalese, e questi due classici della tradizione piemontese sono naturalmente il cuore pulsante della produzione di Crealto. Impossibile fermarsi ai classici... in gita direttamente da Eleonora e Gigi per scoprire che i due giovani e lanciatissimi compagni di Crealto hanno deciso di darsi alle sperimentazioni, ottenendo fin da subito risultati entusiasmanti.... I loro vini a “4 mani” entusiasmano... e non poteva essere altrimenti, considerando che le collaborazioni portano la firma di volti noti della viticoltura al naturale, come Nadia Verrua per il super grignolino Crevijn e quell'estremista (in senso enologico... meglio specificare visti i tempi...) di Guido Zampaglione per il Flora, un Sauvignon da uve macerate assai gustoso. Eppur qualcosa ancor mi manca... la Barbera d'Asti sup. Vis.. pezzo unico, raro e pregiato… primo esperimento di affinamento in anfora. Si guarda al futuro per tornare alla tradizione. C'è curiosità in merito, e la volontà di assaggiare la Vis, vale il viaggio ad Alfiano Natta. 


Flashback targato settembre 2014… siamo giù in cantina, Eleonora sta preparando un paio di cartoni di vino che mi porterò a casa... Gigi nel frattempo è in fase etichettatura... Fuori è una bella e ventilata giornata di settembre... il Monferrato esplode davanti a me e la vigna del Grignolino scende ripida sotto i piedi, carica di piccoli e dolcissimi acini... si sta da dio qui su a Crealto... Un solo momento di scoramento... chiedo la Vis e la Vis è finita. Solo 671 bottiglie prodotte... un numero talmente esiguo che neanche ad andar su dal produttore riesci a trovarla!! La mia faccia deve aver espresso tutta la delusione del momento, tanto da far leva su quella buon'anima di Eleonora, che alla fine sacrifica una delle poche bottiglie che aveva tenuto per loro… "per te una ce l'ho" la infila nel cartone, ed eccomi qua. 


Bando alle ciance che i lettori eno-strippati vogliono sapere i dettagli... eccovi la pseudo scheda... allora… Vis, Barbera d'Asti sup. 2011, una bomba da 15 gradi, segni particolari  buonissima. Caratteristico/originale affinamento in giare di terracotta (vedi foto), da 250 litri. 20 giorni di macerazione a temperatura controllata in vasche di acciaio inox, poi 12 mesi in anfora e 8 in bottiglia. Diciamo che è La Svolta in versione anfora (Eleonora correggimi se sbaglio...). Non so esattamente cosa aspettarmi, mai bevuta prima una Barbera affinata in terracotta e che io sappia, forse questa Vis è anche l'unica esistente. Vado ad assaggiare, gustandomi il vino e cercando anche di capire le possibili influenze dettate da questo tipo di affinamento. 


Bicchiere di gran livello, barbera di classe mi verrebbe da dire, alla vista e soprattutto al sorso, che si contraddistingue per grande pulizia e complessità, mantenendo intatte quelle caratteristiche estrattive già riscontrate nella Barbera “La Svolta”. Quindi c'è la potenza e il calore, c'è il frutto maturo, dolce e succoso, c'è densità e materia. Si saturano le narici se prolungate la sniffata. C'è una vinosità incandescente, un mix di sentori minerali e note balsamiche, spezie pungenti, frutta rossa matura... Impressiona la beva, liscia, levigata, estremamente pulita e dalla trama tannica vellutata. Scalda, punge, riempie, tondeggia e al retrogusto ti rimane il palato pulito e un po' anestetizzato da un mix di spezie e frutta sotto spirito. Stilisticamente ineccepibile, senza perdere in tensione gustativa, dimostra fin da subito, di essere un “esperimento” ben riuscito.Una Barbera davvero stilosa.


Adesso la sparo grossa... abbiate pietà di me enologi e luminari della Barbera piemontese... ecco provo a chiudere gli occhi, immaginarmi questo vino senza etichetta alla cieca, senza averne mai sentito parlare... fare il gioco del sommelier esperto che non sono... Per la serie “prova ad indovinare di che vino si tratta”... ecco se questo sarà il mio ultimo post è solo perché un fulmine mi avrà colpito... alla cieca direi Barbera d'Alba affinamento in barriques non nuove. Probabilmente ho detto la cazzata del giorno... speriamo non legga il post Luigi... ma questa sensazione mi fa un po’ capire il lavoro dell'anfora e perché no, mettere qualche puntino sulle "i", altrimenti perdo in credibilità e passo per un pusher di Crealto, visto che continuo a parlare superpositivamente dei loro vini.


Come mi ha spiegato Eleonora, la giara è un contenitore piccolo e poroso che consente una buona ossigenazione, a cui si aggiunge la cessione di potassio dettata dalla terracotta. Risultato… un vino che alla dolcezza tipica delle uve Barbera che crescono a Crealto, denota una piacevole morbidezza e rotondità, a discapito dell'acidità. Se l'effetto ricorda quello dei vini barricati, indubbiamente la terracotta evita di trasmettere quei tipici sentori di legno e vaniglia che il legno piccolo e nuovo rilascia, permettendo così alla Vis di mantenere mineralità e terrosità.


Puntini sulle "i"... per i tradizionalisti... ok, l'anfora è un recipiente super-tradizionale e antichissimo, ma qui siamo in Piemonte e non in Mesopotamia... a cui possiamo aggiungere che ultimamente si sente parlare sempre più spesso di vignaioli (soprattutto nel panorama artigianal-naturista) che da nord a sud, affinano in anfora... Quindi anfora, perché è di moda o perché è simbolo di ancestrale tradizione?? Ma anche chi se ne frega... Crealto mi piace perché sono giovani, con valori ben saldi e uno spirito aperto anche alle sperimentazioni... e pazienza se qualche integralista tradizionalista piemontese è già in sofferenza. 


Secondo puntino sulla "i”… mi è rimasta la sensazione che con l'anfora si sia persa un po' di quella rustica e tagliente acidità che mi piace ritrovare nella Barbera d’Asti. Ne è uscito un vino così "figo" che vien meno quel contrasto tra la dolcezza e la succosità del frutto e la spiccata acidità, il tannino che raspa.... a volte anche un po' scomposta, imperfetta, grezza, ma che storicamente rende questo vitigno il più amato dai frequentatori di circoli ed osterie. Diciamo una mia suggestione, un po' romantica… un po' alla Mario Soldati... Un déjà vu se volete, mentre sappiamo bene come oggi anche da questo storico vitigno, si possono ottenere vini di alto livello qualitativo.


Scherzi a parte senza troppe seghe mentali da eno-invasati, la Vis è una bomba di Barbera... che può intrigare anche i palati più viziati e ben abituati. Conservatene qualche bottiglia ragazzi, che il primo giorno che "mi gira" salto in macchina e vengo a fare scorta. 


Come sempre i complimenti sono obbligatori... avete tutto quello che noi "bevitori" si va cercando... vini ottimi (e con la Vis anche qualcosa di unico)... un approccio agricolo pulito e rispettoso, tanta passione. Se è vero che l’uva buona nasce nei posti belli, è altrettanto vero che il vino rispecchiano l’anima del vignaiolo, quindi per fare del buon vino, ci vogliono delle belle persone.  “La tradizione l’amiamo giovane” (cit.) è una citazione che calza a pennello per i ragazzi di Crealto.


mercoledì 18 novembre 2015

PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna


Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus... non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.



C’è un filo conduttore che unisce il Pinot Nero 2010 di Voltumna con il VB1 di Selvadolce del precedente post. La scelta delle pratiche biodinamiche in primis, mentre il secondo motivo è più "personale", riferendomi a luogo e giorno di acquisto delle due bottiglie, entrambe provenienti dai banchi assaggi di Vini di Vignaioli. Nel caso di Voltumna però, il giro assaggi è stato decisamente più “movimentato”, con la possibilità di assaggiare e parlare di tutte le etichette presenti. Così dovrebbe essere sempre. 

Ricordo che lì sul momento, mi era maggiormente piaciuto il sangiovese, ma alla fine è stata la curiosità di provare questo versione toscana di pinot nero ad avere la meglio. Sono passati quasi due anni da quel giorno, e ci volevano tutti per permettere al vino di presentarsi in splendida forma e generare nel sottoscritto un certo entusiasmo. Già immagino il volto dei nostrani “pinottari” (si può dire?#?!) che accolgono con ghigno malefico questa mia affermazione "entusiastica" al cospetto di un pinot toscano. Ma il vostro ghigno è dettato dallo snobbismo di un palato viziato (beati voi…) da troppi pinot noir e blauburgunder... e mi raccomando... che siano della Côte d’Or o dell’altopiano di Mazzon!

Lasciate che vi spieghi il mio entusiasmo... è generato non solo da quanto ho ritrovato nel bicchiere, ma da tutto il progetto Voltumna, a partire dal termine “collettivo” (purtroppo sempre più in disuso...) che copio-incollo dal loro sito e che riassume l’essenza di questo progetto agricolo: “Voltumna è’ un progetto collettivo nato per condividere la passione per l’agricoltura, come attività che pone l’uomo in un continuo confronto/incontro con la natura.” Tutto il resto arriva di conseguenza… la scelta di coltivare la vite con metodo biodinamico, seguire i ritmi della natura, mantenere viva la biodiversità di un luogo (siamo a Dicomano, nella valle del Mugello), dove i vigneti sono ancora circondati dai boschi. 

E' una zona di media collina sui 300 metri, zona caratterizzata da escursioni termiche importanti, soprattutto nei mesi estivi, durante i quali si alternano calde e assolate giornate di sole a nottate fresche. I terreni sono argillosi e ricchi di galestro (siamo nella zona famosa al mondo per il Chianti Rufina), e nei pochi ettari vitati vengono allevati principalmente pinot nero e ovviamente sangiovese, che è anche il vigneto più vecchio. Michele Lorenzetti ha dato il via, ma dal 2012 sono Marzio Politi e sua moglie a gestire con sudore e passione l’azienda agricola, costituendo la cooperativa che prende appunto il nome di Voltumna. 

Tre vini rossi in tutto per sfiorare quota 10.000 bottiglie. Un particolare blend di Sangiovese e Pinot Nero (85 a 15) confluiscono nello "Zeno" il vino numericamente più importante (oltre 5000 bottiglie), mentre il resto della produzione offre la purezza del sangiovese da viti trentennali (denominato Querciolo) e il pinot nero, da due vigne del 2005 situate nel punto più elevato dell’azienda e immerse nel bosco (denominato semplicemente pinot nero, ma diventerà Silene dal 2011).   

L’approccio “natur” non può essere limitato al vigneto e così anche in cantina si opera in continuità, attraverso un lavoro di sottrazione che permette al vitigno di esprimersi con vitalità ed integrità. Il contenuto delle 2880 bottiglie “imbottigliate” nel 2010, ha fermentato con i propri lieviti, Affinato per 18 mesi in barrique di rovere al secondo e terzo passaggio, senza subire filtrazioni e chiarifiche. Gradazione alcolica importante di 14.5% vol. e prezzo al banco assaggi di 15euro, oltre le 20 in enoteca. 

Siamo al cospetto di un pinot nero dalla forte identità, segnato da un forte legame con il luogo di appartenenza. Vorrei provare a rendere l’idea… Ripensate per un attimo al “Borgogna style”, ovvero vini a tinte tenue, esili e dai profumi delicati che tutti conosciamo… ecco il pinot nero “Voltumna Style” è un’altra cosa. Rimane certo un denominatore comune che è ovviamente il vitigno… riconoscibile al sorso come è giusto che sia e come deve essere, perché chi compra pinot nero di sicuro vuole sentirlo nel bicchiere. Ma quello di Voltumna è il pinot nero che avrebbe voluto bere Ian Curtis nei suoi momenti di depre... e di sicuro gli avrebbe fatto bene. Ma erano altri tempi...

E’ vino a tinte darkeggianti, scuro e se mi passate il termine “selvatico”. E’ come se quel bosco che circonda il vigneto lo ritrovassimo nel bicchiere. E’ un pinot più autunnale che primaverile, con le note di frutti a bacca rossa, lavanda e spezie, intrecciate a sentori di sottobosco erbacei e terrosi, richiami di incenso e sbuffi balsamici. L’alta gradazione non “alcolizza” il tutto, mantenendo un’ottima piacevolezza di beva e una tensione gustativa che non va mai scemando, grazie anche ad un’acidità sostenuta. Ottimo al sorso, dove mantiene la linearità e la pulizia che ci aspettiamo da un pinot nero, ma sa anche “graffiarci”, farci sentire la vitalità dei suoi tumulti giovanili, la rusticità del lavoro contadino, in attesa di acquisire vendemmia dopo vendemmia la saggezza dei grandi. Non dimentichiamoci che con il 2010 siamo solo alla prima annata prodotta!! 

Vino tutt’altro che “imbalsamato” mi è piaciuto un sacco, un bel esordio, e non a caso nel giro “underground” già se ne parla da un pezzo. Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy Division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus, (e mettiamoci anche gli Smith... perché Morrisey si ascolta a prescindere...), non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.
P.s. molto belle le etichette. 


mercoledì 11 novembre 2015

VB1 VERMENTINO 2010 - Riviera Ligure di Ponente D.O.C. - Tenuta Selvadolce


Uno dei migliori assaggi della Riviera Ligure di Ponente... uno di quei casi in cui è il vino nel bicchiere che parla (...anche al posto del vignaiolo...)


Maledetto autunno dei record!! Ritrovarsi ad inizio novembre in giardino a mezze maniche, non mi era mai successo... qui in prealpi tira aria di primavera... Pregustavo giornate uggiose da affrontare con del nebbiolo nel bicchiere e un bel brasato da compagnia a lentissima cottura... Ed invece mi è tornata a mille la voglia di un buon bianco fresco e un bel piatto di bigoli con le sarde. 

Prima di andare a bomba sul VB1, devo obbligatoriamente fare una considerazione piuttosto banale e poco significativa, assolutamente soggettiva, ma altrettanto sincera, veritiera e determinante nella scelta di questo vino… credetemi sulla parola e datemi fiducia… i vini di Tenuta Selvadolce sono buonissimi, punto.  

Tutto questo per giustificare le 22 euro che ho sganciato direttamente nelle mani del produttore al banco assaggi di Vini di Vignaioli... Non poche se consideriamo che i vini dovrebbero essere venduti al prezzo sorgente (trovato allo stesso prezzo on line...) e che il termine “scazzato” sembra il più adatto nel descrivere “l’entusiasmo” con cui il produttore ha accompagnato gli assaggi (per essere corretto dovrei dire persona dal carattere riservato e poco espansivo). Ragioni per cui avrei rinunciato molto volentieri all’acquisto… ma al cospetto di tanta bontà… occhi chiusi, mano al portafoglio, e tutto il resto (nel vero senso della parola!) é noia. A scanso di equivoci mi permetto comunque di sottolineare che il vino vale tutte le 22 euro spese. Se penso ad esempio ai bianchi macerati del Carso di cui tanto si parla ultimamente (vini eccellenti), si viaggia più o meno su prezzi di mercato e standard qualitativi simili a questo VB1. Quindi, non lo considero un vino caro in rapporto qualità/prezzo… Ma mi rimane il dubbio sulla correttezza del prezzo applicato ai privati che acquistano direttamente dal produttore (argomento sul quale non tornerò avendone già dibattuto abbondantemente nel post “Acquisti in cantina… a volte i conti non tornano”) ancor più se non sei a casa tua,  ma in un contesto di fiera-mercato in cui è prevista la vendita al pubblico a prezzo sorgente. Discorso chiuso...

Passiamo oltre… e parliamo di cose belle… iniziate a guardarvi questo video girato tra i filari della Tenuta Selvadolce… e lustratevi gli occhi... uno spettacolo vitato incastonato tra cielo e mare… siamo sulle alture di Bordighera… vicino al “festivaliero” comune di San Remo e a pochi km dal confine con la Francia. 7 ettari di tenuta (che comprende anche uliveti) e vigneti dislocati in due zone distinte (A Ciapissa per il Rossese e Selvadolce per i bianchi) condotti dal 2004 con metodi biodinamici da Aris Blancardi, che trasforma così in vitivinicola quella che era l'azienda floricola di famiglia.

Siamo al cospetto di un produttore "naturale", responsabile e rispettoso dell'ambiente e dell'uomo. In vigna zero pesticidi e concimi chimici, mentre in cantina si lavora senza additivi e "terapie" che possono in qualche modo prevaricare l'identità finale del vino. Così a Selvadolce vengono prodotte poche bottiglie di qualità, un Rossese di Dolceacqua e poi i tre bianchi VB1 da Vermentino in purezza e due versioni di Pigato (Rucantù e il Crescendo).


Il vino che stappo è il VB1 2010, ottenuto in purezza, con solo uve di proprietà a base Vermentino, da vigneti affacciati sul mare con circa 40 anni di età e rese di 50ql/ha. La raccolta manuale delle uve avviene in vendemmie differenziate. Le fasi di macerazione, fermentazione alcolica spontanea ed affinamento, avvengono in barriques sulle fecce fine per circa12 mesi, cui seguono 6 mesi di bottiglia. Nessun controllo delle temperature, filtrazioni e chiarifiche. Solo 1800 bottiglie prodotte.

Colore vivo, di un giallo piuttosto carico e dai riflessi oro, non brillantissimo, velato e senza trasparenze, leggermente intorbidito… E’ stilisticamente un vino che mi piace molto… la macerazione ne condiziona lo stile, ma senza forzature ed estremismi, senza snaturarne la forte identità territoriale. Ne esce un vino tridimensionale, originale e piacevole al sorso, ricco di sfumature e sfaccettature che si intrecciano e si scambiano di ruolo, mantenendo il tutto in un equilibrio perfetto che ne esalta il sorso. Se cercate la Liguria nel bicchiere, qui la trovate nei richiami forti di macchia mediterranea, nei profumi aromatici del timo e della salvia, dei pini marittimi, nella salinità, nei sentori salmastri, e nelle note ossidative.  Il sorso non manca di verticalità e tensione, quasi a ricordare le giornate invernali spazzate dalla brezza marina, senza dimenticare di “coccolarci” con il suo carattere più solare ed estivo, nella presa materica che ammorbidisce e da sostanza al palato, nel retrogusto dolciastro di pesca matura e mandorle, nei profumi che richiamano le fioriture primaverili. Pieno, lungo, avvolgente, senza perdere in freschezza.

Tanta roba insomma... ho una certa passione per i bianchi liguri... spinto dalla bellezza paesaggistica... forse sono un po' di parte... ma rimane indiscutibilmente uno dei migliori assaggi della Riviera di Ponente. Se oltre che buono fosse stato anche simpatico... sarebbe di diritto uno dei miei vini del cuore...

lunedì 7 settembre 2015

FIANO DI AVELLINO 2012 - D.O.P. - Ciro Picariello

Niente enologo, niente concimi, approccio artigianale e tanta semplicità affinché il vino possa esprimere al meglio il territorio. Se dici Fiano, Ciro Picariello è un punto di riferimento assoluto.



Deve essere poco stimolante per gli appassionati bevitori internauti, trovarsi davanti per l’ennesima volta ad un post sul Fiano di Ciro Picariello. Come si dice, è il prezzo del successo, quello che meritatamente si è guadagnato questo piccolo/grande vignaiolo di Summonte, che nell’arco di una decina d’anni (imbottiglia “solo” dal 2004) è riuscito a diventare un punto di riferimento assoluto per la denominazione, tanto che il Nick Hornby di Alta Fedeltà, lo avrebbe sicuramente inserito nella top five dei Fiano di Avellino. Inutile dilungarsi troppo quindi, vi basterà un giro sul web, per leggere decine di post, su blog molto più autorevoli di questo.  


L’azienda è a 650 metri di altitudine, 7 ettari a conduzione familiare, con Ciro si rimboccano le maniche la moglie Rita ed i figli Bruno ed Emma. Niente enologo, niente concimi, approccio artigianale e tanta semplicità affinché il vino possa esprimere al meglio il territorio.


Sono all'incirca 50.000 le bottiglie prodotte, con il Fiano protagonista assoluto, 25.000 bottiglie grazie alle uve coltivate a Summonte e Montefredane (15.000 di Fiano di Avellino D.O.C.G. e 10.000 per l'Irpinia Fiano D.O.C.). Sempre in bianco, da segnalare anche le poche bottiglie della selezione Fiano "Ciro 906" e il Greco di Tufo. Il resto dei vigneti sono a bacca rossa (Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso) e danno vita ad un rosso Campania I.G.T., a cui si aggiunge un Aglianico in purezza da un vigneto di Montemarano.


Il Fiano di Avellino di Ciro è realizzato con le uve provenienti da entrambi i vigneti, in quella che a tutti gli effetti, è una delle zone di elezione per la tipologia. Raccolta delle uve tardiva, verso fine ottobre, solo acciaio, lieviti indigeni e affinamento per un anno sulle fecci. Nessuna filtrazione. Poca solforosa. Operazioni semplici (ma non facili...) per ottenere un vino di grande longevità e fortemente legato al territorio. Gradazione alcolica elevata per questo 2012 (siamo sui 14°) e prezzo in enoteca che si aggira tra le 13-15 euro.. decisamente onesto, considerando l'artigianalità del lavoro e la qualità (o meglio "la goduria") che ritroviamo nel bicchiere. Devo aggiungere altro per convincervi all'assaggio ed inserire questa bottiglia nella track-list dei migliori acquisti sotto le 20 euro???? 


Giallo paglierino con riflessi verdognoli, piuttosto carico in verità, non limpidissimo ma vivo e luminoso. Appena infilo il naso nel bicchiere, lo trovo un po' scomposto e sono colpito da una nota citrina piuttosto netta, scorza di limone, lime, pompelmo, citronella, poi lentamente il vino si apre, acquistando maggior eleganza e finezza, smussando gli spigoli a favore di un bouquet intrigante e tridimensionale. Una punta di "lemonade" è sempre presente, accompagnata da una vena minerale che rendono il vino affilato ed incisivo. Ma come ho scritto sopra è vino tridimensionali e non mancano ad ogni "sniffata" le note dolci della frutta bianca e quelle più amarognole degli agrumi, il profumo dei fiori di campo e della macchia mediterranea. E ancora frutta secca tostata, suggestioni balsamiche e fumè. 


Mi aspettavo una beva tagliente, acidula e marcata dalla mineralità, e così sarà, ma senza eccessi. Il sorso risulta assai piacevole e ben equilibrato, riempie il palato, c'è materia ma anche dinamicità, non manca di pulizia e freschezza. Vigoroso ma con eleganza, chiude lungo su note che sanno di agrumi e sale. Una beva precisa che gioca sull' equilibrio tra piacevole aromaticità e vibrante mineralità. 


E' assai consigliabile concedergli qualche anno in più di cantina, per fargli acquisire ancor più equilibrio ed eleganza, per consentirgli un'ulteriore evoluzione. Il problema ovviamente è riuscire a resistergli.


Un sorso poco "sudista" se vogliamo, ma che sicuramente rimarrà nella memoria tra i migliori assaggi "sudisti". Alla prossima...

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PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna

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Serdiana prov. di Cagliari, a pochi metri da dove nasce il vino status symbol dell'enologia sarda, troviamo una bella realtà di bio-resistenza contadina...

RIBOLLA GIALLA 2013 - I.G.P. delle Venezie - I Clivi

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Una ribolla che è un soffio di vento... lontani anni luci dai bianchi "tamarrosi" a pasta gialla, tropicalisti, dolciastri, bananosi e polposi.

BARBARESCO CURRA' 2010 - D.O.C.G. - Cantina del Glicine

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...piccola, artigianale, familiare, storica… un passo indietro nel tempo... la bottiglia giusta per l'autunno che verrà...

FIANO DI AVELLINO 2012 - D.O.P. - Ciro Picariello

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DOS TIERRAS 2011 - Sicilia I.G.T. - Badalucco de la Iglesia Garcia

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...una fusione eno-culturale vincente, un vino che intriga, incuriosisce e si lascia amare, un vino del sole e della gioia, della bellezza territoriale e popolare che accomuna Spagna e Sicilia.

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

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...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO
Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!
da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!
...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.