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mercoledì 18 novembre 2015

PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna


Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus... non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.



C’è un filo conduttore che unisce il Pinot Nero 2010 di Voltumna con il VB1 di Selvadolce del precedente post. La scelta delle pratiche biodinamiche in primis, mentre il secondo motivo è più "personale", riferendomi a luogo e giorno di acquisto delle due bottiglie, entrambe provenienti dai banchi assaggi di Vini di Vignaioli. Nel caso di Voltumna però, il giro assaggi è stato decisamente più “movimentato”, con la possibilità di assaggiare e parlare di tutte le etichette presenti. Così dovrebbe essere sempre. 

Ricordo che lì sul momento, mi era maggiormente piaciuto il sangiovese, ma alla fine è stata la curiosità di provare questo versione toscana di pinot nero ad avere la meglio. Sono passati quasi due anni da quel giorno, e ci volevano tutti per permettere al vino di presentarsi in splendida forma e generare nel sottoscritto un certo entusiasmo. Già immagino il volto dei nostrani “pinottari” (si può dire?#?!) che accolgono con ghigno malefico questa mia affermazione "entusiastica" al cospetto di un pinot toscano. Ma il vostro ghigno è dettato dallo snobbismo di un palato viziato (beati voi…) da troppi pinot noir e blauburgunder... e mi raccomando... che siano della Côte d’Or o dell’altopiano di Mazzon!

Lasciate che vi spieghi il mio entusiasmo... è generato non solo da quanto ho ritrovato nel bicchiere, ma da tutto il progetto Voltumna, a partire dal termine “collettivo” (purtroppo sempre più in disuso...) che copio-incollo dal loro sito e che riassume l’essenza di questo progetto agricolo: “Voltumna è’ un progetto collettivo nato per condividere la passione per l’agricoltura, come attività che pone l’uomo in un continuo confronto/incontro con la natura.” Tutto il resto arriva di conseguenza… la scelta di coltivare la vite con metodo biodinamico, seguire i ritmi della natura, mantenere viva la biodiversità di un luogo (siamo a Dicomano, nella valle del Mugello), dove i vigneti sono ancora circondati dai boschi. 

E' una zona di media collina sui 300 metri, zona caratterizzata da escursioni termiche importanti, soprattutto nei mesi estivi, durante i quali si alternano calde e assolate giornate di sole a nottate fresche. I terreni sono argillosi e ricchi di galestro (siamo nella zona famosa al mondo per il Chianti Rufina), e nei pochi ettari vitati vengono allevati principalmente pinot nero e ovviamente sangiovese, che è anche il vigneto più vecchio. Michele Lorenzetti ha dato il via, ma dal 2012 sono Marzio Politi e sua moglie a gestire con sudore e passione l’azienda agricola, costituendo la cooperativa che prende appunto il nome di Voltumna. 

Tre vini rossi in tutto per sfiorare quota 10.000 bottiglie. Un particolare blend di Sangiovese e Pinot Nero (85 a 15) confluiscono nello "Zeno" il vino numericamente più importante (oltre 5000 bottiglie), mentre il resto della produzione offre la purezza del sangiovese da viti trentennali (denominato Querciolo) e il pinot nero, da due vigne del 2005 situate nel punto più elevato dell’azienda e immerse nel bosco (denominato semplicemente pinot nero, ma diventerà Silene dal 2011).   

L’approccio “natur” non può essere limitato al vigneto e così anche in cantina si opera in continuità, attraverso un lavoro di sottrazione che permette al vitigno di esprimersi con vitalità ed integrità. Il contenuto delle 2880 bottiglie “imbottigliate” nel 2010, ha fermentato con i propri lieviti, Affinato per 18 mesi in barrique di rovere al secondo e terzo passaggio, senza subire filtrazioni e chiarifiche. Gradazione alcolica importante di 14.5% vol. e prezzo al banco assaggi di 15euro, oltre le 20 in enoteca. 

Siamo al cospetto di un pinot nero dalla forte identità, segnato da un forte legame con il luogo di appartenenza. Vorrei provare a rendere l’idea… Ripensate per un attimo al “Borgogna style”, ovvero vini a tinte tenue, esili e dai profumi delicati che tutti conosciamo… ecco il pinot nero “Voltumna Style” è un’altra cosa. Rimane certo un denominatore comune che è ovviamente il vitigno… riconoscibile al sorso come è giusto che sia e come deve essere, perché chi compra pinot nero di sicuro vuole sentirlo nel bicchiere. Ma quello di Voltumna è il pinot nero che avrebbe voluto bere Ian Curtis nei suoi momenti di depre... e di sicuro gli avrebbe fatto bene. Ma erano altri tempi...

E’ vino a tinte darkeggianti, scuro e se mi passate il termine “selvatico”. E’ come se quel bosco che circonda il vigneto lo ritrovassimo nel bicchiere. E’ un pinot più autunnale che primaverile, con le note di frutti a bacca rossa, lavanda e spezie, intrecciate a sentori di sottobosco erbacei e terrosi, richiami di incenso e sbuffi balsamici. L’alta gradazione non “alcolizza” il tutto, mantenendo un’ottima piacevolezza di beva e una tensione gustativa che non va mai scemando, grazie anche ad un’acidità sostenuta. Ottimo al sorso, dove mantiene la linearità e la pulizia che ci aspettiamo da un pinot nero, ma sa anche “graffiarci”, farci sentire la vitalità dei suoi tumulti giovanili, la rusticità del lavoro contadino, in attesa di acquisire vendemmia dopo vendemmia la saggezza dei grandi. Non dimentichiamoci che con il 2010 siamo solo alla prima annata prodotta!! 

Vino tutt’altro che “imbalsamato” mi è piaciuto un sacco, un bel esordio, e non a caso nel giro “underground” già se ne parla da un pezzo. Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy Division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus, (e mettiamoci anche gli Smith... perché Morrisey si ascolta a prescindere...), non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.
P.s. molto belle le etichette. 


martedì 27 gennaio 2015

PINOT NERO 2008 - Vigneti delle Dolomiti I.G.T. - Dalzocchio



...il calore umido di un bosco autunnale, una rinfrescante ventata invernale, i profumi dei campi in primavera, la solare dolcezza di un giorno d'estate. 


Tendenzialmente preferisco le voci “fuori dal coro”, ma in questo caso non posso che allinearmi alla lunga schiera di estimatori che Elisabetta Dalzocchio si é guadagnata sul campo, a colpi di Pinot Nero. Soprattutto non posso esimermi (per quanto superfluo possa essere il mio apporto alla causa) dal rinforzare a gran voce il coro dei "fedeli", devoti al suo vino.


Fatevi un giro sul web, per capire come più o meno tutti hanno già entusiasticamente raccontato di questo Pinot Nero. Per quanto personali e soggettive siano le impressioni che il vino suscita in ognuno di noi, posso dire che tutto quello che i miei “colleghi” bloggaroli hanno scritto, è riscontrabile e "appoggiabile". E' quindi corretto definire questo Pinot Nero 2008 un vino delicato, fine, elegante, grazioso. Fragoline e fiori appassiti, violette, rose... una beva invidiabile, magra e “scivolosa”, lunga, con mineralità rinfrescante, tannino fine e palato pulito. Un vino apparentemente semplice nella sua complessità, dove il carattere marcatamente femminile, non nasconde nella sua naturalità, il territorio di provenienza e il suo animo contadino, attraverso note più "umide" e "rocciose", humus, sottobosco, terra bagnata, corteccia, erba. E' un vino in continua evoluzione e i profumi della montagna sono qui concentrati... il calore umido di un bosco autunnale, una rinfrescante ventata invernale, i profumi dei campi in primavera, la solare dolcezza di un giorno d'estate. 


Fidatevi quando leggerete quanto è “buono” questo vino, perché  posso garantire e (mi voglio rovinare) metterci le mani sul fuoco... é vino tridimensionale che non sfigura affatto in squadra con alcuni "Noir" de la Bourgogne. 


Non avrebbe senso chiudere qui, raccontarvi un grande vino senza parlare del suo vignaiolo. Qualche anno fa in quel di Fornovo a Vini di Vignaioli (probabilmente la miglior fiera dedicata al vino che abbiamo in Italia), appena entrato mi fermo a far spesa da Pacina, prima di avvistare poco più avanti, la figura minuta dalla chioma arruffata di Elisabetta Dalzocchio, che se ne sta li sola soletta con il suo unico vino, che nella consueta bolgia di Fornovo (e chi c’è stato sa di cosa parlo), mi fa quasi pensare che il suo vino non se lo fila nessuno, il che mi pare strano, ma voglio approffittarne. Vado deciso da lei, dico ciao, dico che tanto e bene ho sentito parlare del suo vino e per questo lo vorrei assaggiare, dico che mai ho avuto la fortuna di provarlo fino ad allora, non dico bugie. 


Deve essere suonato come un complimento, tant’è che Elisabetta inizia subito a raccontare in maniera molto emotiva e direi amichevole, la sua bella storia di vignaiola trentina con la passione per il pinot nero. Con timidezza e sorriso sincero, mi racconta di Rovereto, della sua casetta, dei boschi, del piccolo vigneto (2ha) tutto a pinot nero da cui ricava il suo unico vino... non più di 10.000 bottiglie, ma dipende dalle annate. Non enfatizza, non utilizza superlativi per descrivere quella che in realtà é un piccolo gioiello rurale, così incastonato tra l'azzurro del cielo, il verde dei vigneti, il bianco delle cime innevate, la vista sul borgo di Rovereto, la brezza che soffia dal Garda. Tutto merito del papà, ma adesso é lei ad occuparsi della vigna... E' sicura delle sue scelte, sa di aver intrapreso la strada giusta, é soddisfatta e orgogliosa del suo lavoro, del suo vino... ma non é stato facile per lei, commercialista laureata in economia, entrare in sintonia con il territorio, acquisire quella sensibilità contadina che ti permette di interpretare la natura, assecondarla e viverla senza la pretesa di dominarla.


Mi racconta dell'iniziale errore da neofita, che si lascia consigliare dagli asperti, dagli enologi... prodotti per la vigna, prodotti per la cantina, e alla fine nel bicchiere un vino che non ti piace e non ti rappresenta. La svolta dopo una gita alla Romanée-Conti per "imparare" come si produce il più grande Pinot Noir del mondo. Si inizia così ad operare nel rispetto della natura, niente pasticci, basse rese, cetificazione bio, ma soprattutto agricoltura biodinamica, poca solforosa, fermentazioni spontanee, sovescio e preparati in proprio... il microclima e il terreno di origine marina, ricco di fossili e pietre, completano un quadro pedoclimatico ottimale, che porta Elisabetta a produrre non solo un vino di alta qualità e grande personalità, ma a diventare una delle più apprezzate e stimate vignaiole che operano nel segno dell'artigianalità e della tradizione.


Assaggio il 2008 e il 2009, entrambi ottimi, chiedo se posso avere una bottiglia e mi lascio consigliare... mi dice che se avrò la pazienza di aspettare, forse il 2008 potrebbe evolvere meglio... ma chi può dirlo... Quasi si scusa per il prezzo... qui lo vendo a 18 in enoteca però si vende sulle 24 euro... Nessun problema... sgancio 20 euro, si deve impegnare non poco alla ricerca delle monetine necessarie per comporre le due euro del resto... dico di lasiar stare, che non é un problema, ma niente da fare, litiga con il portafoglio fino a quando riesce a recuperare il resto, scusandosi, sottolineando che "quel che é giusto é giusto"... Prima di andare mi dispensa un ultimo consiglio... non finire tutta la bottiglia, avanzane un paio di bicchiere e sentirai il giorno dopo che differenza, infilaci il suo tappo e basta, non usare pompette o altri marchingeni strani, che tra l'altro a me non piacciono, noterai notevoli differenze, secondo me é ancora più buono...


Come darle torto? Come non seguire il consiglio di una madre? Chi può conoscere suo figlio meglio di lei?? E' un vino dalle capacità evolutive incredibili... ed effettivamente Elisabetta aveva ragione, i due bicchieri del giorno dopo sono ancor più spettacolari, smorzati i toni autunnali, il vino si apre verso una assolata giornata primaverile, di quelle che ti mettono il buon umore.


n.b. Per la cronaca, il vino viene invecchiato in fusti di rovere da 228 litri per 18 mesi. Gradazione alcolica del 13%vol. Età delle viti tra i 10 e i 35 anni, con rese di 50ql/ha.

lunedì 29 dicembre 2014

MONTHELIE 1er CRU SUR LA VELLE 2008 - Appellation Monthelie 1er Cru Contrôlée - Eric de Suremain-Château de Monthelie

Borgogna biodinamica... scavare tra le appellations minori, alla ricerca di eccellenze territoriali, senza svuotare il portafoglio.



Archiviato il trittico di banchetti natalizi tra il 24 e il 26 dicembre, il post di chiusura per questo 2014, non poteva che essere dedicato a quanto bevuto durante le feste. Eviterò di tediarvi con il solito resoconto per ostentare i cimeli calati sulla tavola imbandita, ma mi soffermerò su un unico vino, che più degli altri ha destato il mio interesse e che finalmente porta un neofito, come il sottoscritto, ad approcciare a quel complesso quanto affascinante luogo del vino che porta il nome di Borgogna. 

Andare a raccontare la mia eno-esperienza con uno stappato di questa regione, mi impone sempre mani (e piedi) di piombo, conscio delle mie scarse conoscenze in materia, quanto della scrupolosa e accurata cognizione dei fanatici della Côte d'Or, disinvolti nel destreggiarsi tra una moltitudine di etichette, parcelle, village ecc... Quindi prendete questo mio post, come semplice resoconto di quanto ritrovato nel bicchiere.

Da qualche parte bisogna pur cominciare e nel mio piccolo il consiglio che posso darvi, in puro stile "Borgogna for dummies" é di impegnarvi a scovare bottiglie provenienti dalle appellations meno celebri, così da potervi permettere anche dei 1er Cru a prezzi più abbordabili. Questo é un po' il caso di questa bottiglia, perché ci troviamo a Monthelie, piccolo e poco conosciuto paese, offuscato dal blasone dei confinanti comuni di Meursault e Volnay. Se é pur vero che queste appellations minori, non possono sfoderare Grand Cru, é altrettanto vero, che qui con un po' di ricerca si possono comunque trovare interessanti ed economiche espressioni di questo territorio. Un esempio lo sono i 1er Cru, situati proprio sul confine con il comune di Volnay, una prosecuzione di quelle parcelle, il cui carattere delicato e aperto é  in parte riscontrabile anche nei migliori Pinot Noir di Monthelie.

Entrando nel merito dello stappato, la prima singolarità sta già nel nome, ovvero quello Château in etichetta che rimanda più al blasone delle cantine di Bordeaux che a quelle delle terre di Borgogna, che vede poche cantine ubicate in castelli, tra le quali va assolutamente segnalata quella di Eric de Suremain, diventato un punto di riferimento di questa piccola appellation. Come spesso capita da queste parti, le cantine hanno alle spalle storie centenarie e sono state tramandate di generazione in generazione. Eric inizia a lavorare in vigna nel 1978, ed insieme alla moglie Dominique, nel 1983  prende in gestione il castello e le relative vigne, con il loro animo e stile rurale, che li porterà ad abbracciare l'agricoltura biodinamica in tempi non sospetti (metà anni '90). Sono circa 11 gli ettari vitati e 40.000 le bottiglie prodotte, dislocati nel territorio di Monthelie (6 ettari) e di Rully (5 ettari), da cui si ricavano cinque 1er Cru.

Uno di questi, di cui é figlia questa bottiglia annata 2008, é una parcella di 2.5ha situata nel vigneto "Sur la Velle", posto proprio al confine con Volnay, e costituita da filare impiantati in quattro annate diverse, tra il 1960 e 1997. Come ho scritto sopra, la propensione "contadina" di questo produttore, marca il tratto dei suoi vini e danno un'idea precisa del lavoro svolto in vigna e in cantina. Cura "naturale" dei vigneti, utilizzo di vecchi tini di legno, lieviti indigeni, limitati quantitativi di solforosa e nessuna forzatura. Le rese sono sui 15hl/ha e per i rossi l'affinamento in botti di quercia varia dai 18 ai 20 mesi.

Visivamente fa molto Borgogna, nel suo rubino scarico tendente al granato, esile, snello, trasparente ... naso tenue nell'impatto olfattivo ma complesso e ricco di profumi sussurrati, con un bouquet ricco di fiori e agrumi. Difetta un po' in "solarità", il frutto rosso non risulta mai esplosivo e dolce, rimanendo sottotraccia, lasciando spazio a note più autunnali che richiamano la terra bagnata, il tartufo, le foglie secche, il legno. Il meglio sicuramente al palato, con una beva snella ed esile, di piacevole eleganza e finezza. Non brilla per estrazione e polpa, ma per freschezza e slancio, per una beva pulita e sgrassante, dal tannino perfettamente integrato e da un'acidità leggera e mai sopra le righe, per chiudere lungo e minerale. 

Un grande vino per eleganza e freschezza, per sapidità... manca a mio modesto parere un po' di succosità nel frutto, che lo avrebbe reso ancor più tridimensionale e "ruffiano" alla beva. Ma mi piace anche per questa "mancanza" che ci concede un vino espressione diretta dell'annata e della naturalità del processo produttivo, come se la propensione rurale di Eric, andasse a marcare il carattere dei suoi vini. Non é quindi da escludere che possiate ritrovare altre sfumature e altre sensazioni in annate differenti. 

Ad aggiungere centesimi a questa bottiglia (per gli amanti dei numeri..) rimane l'invitante rapporto qualità/prezzo, ideale per chi come il sottoscritto sta cercando di conoscere i vini di questa straordinaria regione. Dalle nostre parti é reperibile su Borgogna Mon Amour, per 33euro, cifra non proprio bassa per una bottiglia di vino, ma decisamente interessante per qualità, ma anche perché siamo pur sempre in Francia e soprattutto in Borgogna, dove é davvero difficile trovare 1er Cru a prezzi abbordabili per chi non ha le tasche troppo gonfie. Ci aggiungo anche, molto bella l'etichetta, nel suo stile classico.

Se é pur vero che tutti sognano di bere i grandi classici che hanno scritto la storia del vino di Borgogna e del mondo intero, visto che questo é un indie wine blogger, é d'obbligo mantenere uno stile "alternativo" e proseguire in quella che é un po' una sfida, ovvero scavare tra i produttori meno blasonati, ma che riescono ad esprimere il territorio in bottiglie dal rapporto qualità/prezzo sostenibile.

lunedì 10 marzo 2014

CÔTE DE NUITS VILLAGES 2009 - Appellation Côte de Nuits-Villages Contrôlée - Louis Latour

Approccio alla Côte de Nuits con un classico della storica maison Louis Latour... per neofiti...


Bevuta interessante e per certi versi difficoltosa, in quanto vittima di un'influenza stagionale che ha pregiudicato le mie già discutibili capacità olfattive. Poco importa, cose che capitano, ma non sarà certo qualche linea di febbre e il naso intasato, ad impedirmi di stappare una bottiglia di vino!!  Lasciamo perdere le disgrazie e andiamo ad approffondire quanto di interessante mi ha trasmesso questa bottiglia, perché non mi capita spessissimo di postare bevute d'oltralpe, essendo ancora piuttosto concentrato nello scandagliare il suolo italico, così ricco di vitigni e produttori interessanti. 

Per onestà intellettuale devo ammettere di essere ancora all'ABC del vino francese, ma il mito della Borgogna é tale da non poter lasciare indifferente alcun appassionato, me compreso, corro quindi il rischio di scrivere qualche sciocchezza, ma voglio condividere questa eno-esperienza in maniera costruttiva, affinché possa essere di aiuto a me e a chi avrà il piacere di leggere questo post. Parliamo di una regione che rappresenta il fulcro dell'enologia mondiale, perché quando si parla di storia, tradizione, cultura e soprattutto terroir, la Borgogna ne rappresenta l'apice assoluto. I più grandi vigneons sono qui, le bottiglie più blasonate e mitizzate si producono qui. Anche chi si interessa con "disinteresse" al vino francese, almeno una volta nella vita avrà letto o sentito parlare di Côte d'Or, Côte de Nuits e Côte de Beaune, di paesi (e vini) che si chiamano Marsannay, Vougeot, Vosne-Romanée, Volnay, Chambolle-Musigny, Montrachet ecc.... probabilmente anche ad un astemio nomi come Romanée-Conti, Leroy, Rousseau non suonano del tutto sconosciuti. 

La Borgogna quindi é terra eccezionale, perché Pinot Noir e Chardonnay come si producono qui, non si fanno in nessun'altra parte del mondo. E questa se vogliamo é l'unica cosa semplice da capire, ovvero l'uvaggio utilizzato... uno per i rossi e uno per i bianchi, ai quali per correttezza dobbiamo aggiungere l'Aligotè, anche se presente in percentuali minori. Il resto é piuttosto difficile e complesso... non é semplice districarsi tra una lista infinita di nomi e di bottiglie, figlie di parcelle anche piccolissime, i "climats", le "maison", i "negociants", i "domaines", le "appellations". Insomma c'è da lavorare, studiare e da spendere (visti i prezzi delle bottiglie) per entrare e fare chiarezza tra i vini e le terre di Borgogna... soprattutto ci sarebbe l'esigenza di farci un giro, passarci un po' di giorni, per lasciarci il cuore tra quei vigneti, quei muretti a secco, quelle nebbie e quelle atmosfere francesi, dove tutto profuma di vino, giusto per non rischiare di perdere le suggestioni e l'emotività al cospetto delle sue ferree regole.

Come avrete capito da questa mia introduzione dedicata alla Borgogna lo stappato di oggi é un vino che proviene da li, anche se l'ho acquistato un anno e mezzo fa in quel di Parigi, mentre mi annoiavo in aereoporto durante uno scalo di ritorno da Città del Messico. Tra le poche bottiglie di Borgogna presenti questa era quella che sembrava più interessante, se non altro perché si tratta di un "appellation villages", il che é già una garanzia in più... l'ho pagata infatti 21 euro, la più cara tra le presenti e considerando i costi dei vini di questa regione, capite bene la pochezza della scelta. Mi é sembrata comunque una dignitosa bottiglia per iniziare a bere qualcosa della Côte de Nuits. 

Iniziamo a fare chiarezza dicendo che le denominazioni sono fondamentalmente quattro. Si parte dalla denominazione regionale, i vini base per intenderci, poi si sale alla denominazione del villaggio, come nel caso della mia bottiglia, dove é indicato Côte de Nuits Village, quindi uve provenienti da quel comune specifico. Dopo si sale vertiginosamente (anche nei prezzi) con le denominazioni riservate ai singoli vigneti, i Premiers Crus che sono comunque legati al nome del village e i Grands Crus, la classificazione più alta e che recano in etichetta il proprio nome.

La maison produttrice di questo Pinot Noir é Louis Latour e se sono riuscito a trovarla nell'enoteca dell'aereoporto, é proprio perché Latour é uno dei più grandi produttori della Borgogna con quasi 50 ettari vitati e appezzamenti dislocati in tutta la regione, tra cui anche diversi Grands Cru. Vi rimando a Wikipedia per maggiori informazioni in merito a questo famoso produttore di Beaune.  

Passando al bevuto... bicchiere color rubino scarico che tende al granato, fluido e pulito, con buona trasparenza ed eleganza. Naso piuttosto tenue, arriva lento e fine con note sottili e leggermente pungenti. Direi molto french, niente grassezze e saturazioni olfattive, ma tocco magro e dinamico che gioca su un frutto non troppo maturo, che lascia una piacevole sensazione di fragranza... diciamo pure che il ventaglio espressivo non é poi così "espressivo". Accenno di lamponi, ma soprattutto una speziatura che conferisce al bouquet sensazioni pungenti, aroma floreale di rosa e rimandi di incenso. Meglio alla beva, snello, di grande pulizia e precisione stilistica, si "scola" letteralmente con grande piacere, grazie ad vena acida sottile che mantiene una buona tensione gustativa, anche se il finale non é lunghissimo. 

Direi una buona base di partenza, anche se indubbiamente viene meno in questa versione, l'eleganza "fragile" che ho ritrovato nelle poche bottiglie "importanti" che ho avuto il piacere di assaggiare, trovandomi un vino fine ma con un tocco leggermente "dark" che gli toglie un po' di vivacità e succosità... insomma liscio e godibile, invitante, ma meno rinfrescante di quanto mi aspettassi. Comunque una piacevole eno-esperienza.. consigliabile a chi piace lo stile "Borgogna".

p.s. Pensando al vino "monumentale" del prossimo post... decisamente una spanna (ma anche due o tre) sopra questo Côte de Nuits e mi é costato solo 4 euro in più... direi Italia-Francia 1-0 e palla al centro... almeno in attesa che la "grande" Borgogna trovi spazio in questo blog...

giovedì 2 gennaio 2014

PIGENO 2010 - Blauburgunder Südtirol Alto Adige D.O.C. - Stroblhof

...é un vino che gioca sulla finezza e non sull'esplosività... un vino che siamo noi a dover scoprire e non lui a rivelarsi.


Chiudere in bellezza il 2013 significa anche trovare il coraggio di infilarsi in un'osteria il 29 di dicembre.. Sfruttare il clima mite e soleggiato dopo giorni di acqua a catinelle e spararsi un'ora d'auto in direzione nord, lungo la sponda lombarda del Lago Maggiore, per poi salire i tornanti che portano ad un piccolo borgo delle prealpi varesine... tutto questo due giorni dopo il "trittico" mangereccio di Natale e due giorni prima del cenone dell'ultimo dell'anno. La "linea" ringrazia, e anch'io devo un grazie a Dino de l'Acino che alcuni mesi fa mi parlò (bene) di questa osteria che ospita i suoi vini. Ci voleva un calabrese che abita a quasi mille chilometri da qui per consigliarmi un posto interessante nella mia provincia, dove ben mangiare e bere?? Può sembrare una strana storia... ma é così...

Passiamo oltre, altrimenti qui si fa notte (poi vi svelo il nome del posto) e vi scrivo dello stappato di oggi, o meglio del vino che mi hanno stappato oggi, trattandosi della bottiglia che ho ordinato in osteria. Mi é capitato raramente di scrivere dei vini bevuti al ristorante, un po' perché non posso star qui a raccontarvi tutto quello che attraversa il mio palato, un po' perché sono sprovvisto IPhone o roba del genere e quindi mi riesce difficile fotografare le bottiglie, ma sopprattutto perché nel 90% dei ristoranti le carte dei vini sono assai deficitarie, e le poche bottiglie interessanti viaggiano a prezzi che onestamente... preferisco comprarle in enoteca e stapparmele a casa!! In questo caso nulla da obbiettare, carta dei vini contenuta ma mirata con ricarichi più che onesti, considerando anche il buon servizio dell'oste Alessio. Ho quindi investito con piacere 27 euro per questo ottimo Pinot Noir (in enoteca sfiora le 20), che non avevo ancora avuto modo di assaggiare ma di cui avevo letto un gran bene. 

La cantina (e molto altro ancora guardatevi il sito...) si chiama Stroblhof e si trova in Alto Adige, lungo la Strada del Vino di Appiano. Le radici di questa azienda vitivinicola risalgono addirittura al 1600, e oggi a gestire questo antico maso ci sono Rosi e Andreas Nicolussi-Leck, che curano con senso estetico e precisione stilistica rigorosa (come solo gli alto-atesini sanno fare) poco più di 4 ettari di vigneti che danno vita a circa 35.000 bottiglie, suddivise tra vini bianchi e rossi tipici del Südtirol. A farla da padrone qui é il Pinot, uva assai difficile da coltivare, ma che in queste zone riesce ad esprimersi ai massimi livelli nazionali, grazie ad un microclima particolarmente adatto, con correnti rinfrescanti e marcate escursioni termiche. Tutti gli appassionati guardano alla viticoltura dell'Alto Adige per la qualità dei vini bianchi, che difficilmente tradiscono le aspettative, ma nel caso di Stroblhoh é indubbiamente il Blauburgunder (così é chiamato da queste parti il Pinot Nero) il vitigno da cui si ottengono le bottiglie più interessanti. Che in verità sono solo due; il Pigeno (il Pinot Nero base) e la versione Riserva, di cui molti di voi avranno già letto notizie in merito (spero magari anche bevuto), trattandosi a pieno titolo di una delle più importanti espressioni della tipologia prodotte in Italia. 

Io oggi vi racconterò del Pigeno 2010, da uve 100% Pinot Nero raccolte in autunno e lasciate a fermentare per 10 giorni, prima di affinare per un anno in botti di rovere e un anno in bottiglia. Di un rubino tenue, pulito, brillante e trasparente all'unghia, si mostra fin da subito fine ed elegante. Colpisce per la sensazione di netta pulizia e precisione stilistica, che determinano un vino dall'equilibrio perfetto. Il lavoro tra i filari e quello in cantina é ottimamente bilanciato sia al naso che al palato... trama fine e di grande scorrevolezza, naso caldo  ma snello, con delicata componente alcolica (14%vol.) a sostegno di un bel impianto aromatico, dove il frutto (amarena) non riesce ad esplodere imbrigliato tra le note di frutta secca, tostatura, spezie, erbe di montagna e accenni di incenso. Beva dinamica e pulita, precisa e sgrassante, si lascia apprezzare per l'equilibrio tra le componenti con tannini ancora giovani ma levigati, una piacevole acidità che da slancio alla beva e una leggera sensazione materica nel finale, che galvanizza il palato.

A dirla tutta, un tocco di "solarità" in più non gli avrebbe guastato, soprattutto nella fragranza olfattiva, ma é un vino che gioca sulla finezza e non sull'esplosività... un vino che siamo noi a dover scoprire e non lui a rivelarsi. Il raffronto con i Pinot Noir d'oltralpe sarebbe ingiusto e quindi eviterò qualsiasi riflessione in merito (anche perché l'ultimo assaggiato é un Échézeaux vecchio di vent'anni della Romanée Conti, vino di cui non scriverò per soggezione nei suoi confronti...) ma rimanendo in territorio nazionale si attesta tra i Blauburgunder più convincenti che hanno attraversato il mio palato (almeno fino ad oggi).

Poco altro da aggiungere, non dimenticatevi se passate per una gita sul lago Maggiore di prendervi una pausa e salire a Brissago Valtravaglia... al numero 15 di via Garibaldi troverete l'Osteria d'Alberto. Non é facile da trovare ma come un buon Pinot Noir non si vuole svelare, sta a noi il piacere della scoperta. Una piccola chicca che merita il viaggio.

martedì 2 luglio 2013

NELL'OLTREPO' PAVESE DEL MARCHESE ADORNO

 
Ricevuto un cordiale invito dal sign.Minetti mi appresto a raccontarvi della cantina Marchese Adorno, realtà vitivinicola dell'oltrepò pavese. Basta che non mi dite cosa devo scrivere (ed é un messaggio che rivolgo a chi si occupa di marketing e pensa che io sia qui a copia-incollare i loro scritti...) e qui ci sono orecchie e palato pronti ad accogliere chiunque si dimostri sinceramente interessato a trovare spazio nel blog. Ed eccomi qui in una uggiosa domenica di inizio estate ad assaggiare i 3 principali vini di questa cantina... siamo nella bella zona collinare dell'oltrepò e le 3 bottiglie fanno riferimento ai 3 uvaggi principale di questa zona.. la Croatina da cui si ricava la Bonarda, la più antica e radicata espressione di questo territorio su cui a mio modesto parere, bisogna ancora investire e lavorare per offrire al consumatore un prodotto quanto più qualitativamente apprezzabile, per scardinare un certo eno-snobbismo nei confronti di questo vino, troppo spesso sottovalutato anche a causa di alcune scelte commerciali che di sicuro non ne valorizzano le reali potenzialità (inutile nasconderlo certe versioni presso la GDO sono quasi regalate ma altrettanto imbevibili). Il Pinot Nero, che forse in pochi sanno, ma l'Oltrepò Pavese é una delle regioni vitivinicole dove se ne produce di più, é utilizzato soprattutto nella produzione di spumanti. Crescente é anche l'attenzione per la versione in rosso... certo se si pensa alla Borgogna siamo ancora lontani, anche i Blauburgunder dell'Alto Adige o certe versioni trentine (come non pensare alla finezza del Pinot marca Dalzocchio?) sembrano avere una marcia in più... ma la volontà di crescere qualitativamente c'è anche nell'Oltrepò, tanto che alcune delle cantine storiche (tra cui Marchese Adorno) hanno deciso di unire le forze dando vita al Pinò Club, una associazione che vuole valorizzare questo importante vitigno. E per concludere ecco la Barbera, altro vitigno molto diffuso e di grande importanza in questa zona, prodotto sia nella versione ferma che in quella vivace.

La cantina Marchese Adorno é situata a Retorbido in provincia di Pavia, nel cuore della Val Staffora, dove le colline dell'Appennino emiliano incrociano la pianura a sud del Po. Le origini risalgono al 1934, ma solo a partire dal 1997 con la presa in carico dell'ultimo discendente, il Marchese Marcello Adorno, che si inizia un percorso di crescita, che porta alla creazione di una nuova e più moderna cantina, oltre all'acquisizione di nuovi vigneti, che consente con 80 ettari di vigneti e una produzione di circa 300.000 bottiglie, di issare la cantina del Marchese tra le più interessanti ed intraprendenti realtà vitivinicole dell'Oltrepò Pavese. I vigneti sono sostanzialmente dislocati in due aree distinte, nei dintorni di Retorbido, su suolo argilloso e nella zona collinare denominata Costa del Sole, dove i pendii raggiungono altezze vicine ai 400 metri. Su questi terreni argillosi vengono coltivati i vigneti più importanti e con le rese più basse, da cui si ricavano i più importanti vini dell'azienda (ovvero i 3 che andrò a degustare). Smarcarsi dal comune snobbismo che vuole  l'Oltrepò patria della spumantistica e dei rossi vivace a basso costo, per una produzione che guarda più alla quantità che alla qualità. Da qui la neccessità di un'inversione di rotta, dimostrare che questa é terra che sa e può esprimere vini di qualità e non solo bottiglie a basso costo per la grande distribuzione. La scelta del Marchese Marcello di affidare la direzione tecnica della cantina all'enologo Francesco Cervetti, profondo conoscitore dell'Oltrepò e già protagonista in alcune delle più rinomate cantine della zona.

Personalmente é la prima volta che mi cimento con la produzione di questa cantina e mi fa piacere assaggiare i 3 vini più importanti, espressioni di 3 vitigni a bacca rossa emblema dell'Oltrepò... 

COSTA DEL SOLE 2012 - Bonarda dell'Oltrepò Pavese D.O.P.

Parto dalla Bonarda, che come vi ho scritto sopra, è un vino che tendenzialmente snobbo, principalmente per una sorta di “scarso amore” per i vini con le bolle. Ebbene, soprattutto negli ultimi anni, sembra esserci un ritorno di fiamma nei confronti dei vini più freschi e di pronta beva (e bisogna dirlo, economicamente meno impegnativi…), tanto che anche la Bonarda sembra godere di una seconda giovinezza. Il merito é anche di vini come questo Costa del Sole, una vera sorpresa per chi come il sottoscritto l'ha sempre considerato un vino minore. E bene, qualcuno mi aveva avvertito... la Bonarda, non é solo quell'insignificante rosso frizzante che ti rifilano al circolo... provane una ben fatta e te ne accorgerai... ed infatti me ne sono accorto. Questa versione é riuscita ad entusiasmarmi.  Un rosso caratteristico, acceso e brillante con riflessi che virano sul rosa scuro e il violaceo, sovrastato da una bella spuma soffice che "sfrigola" nel bicchiere. Il punto di forza é tutto nella beva, fresca, snella, zuccherina, perfetta nella sua funzione alimentare. Semplice e leggera, diretta e di carattere ma al contempo non troppo tesa e slanciata, sa riempire bene la bocca e ci ammorbidisce con un retrogusto fruttato "fragoloso" che ci costringe a riempirci nuovamente il bicchiere. Ma soprattutto mi ha colpito la sua "misurata" vivacità. Bollicine piuttosto fini, cremose e delicate. Per produrre il Costa del Sole, mix di Croatina (85%) e Uva Rara a completare, entrambe vinificate in purezza. Tre mesi di affinamento in bottiglia e caratteristica rifermentazione stile spumante. Gradazione alcolica del 13%vol. e prezzo in cantina di poco superiore alle 5euro. Pur non essendo un fanatico del genere... beva soddisfacente e quasi divertente.. vino allegro.

RILE NERO 2008  Pinot Nero Riserva Oltrepò Pavese D.O.C.
Nel bicchiere scivola snello e fluido vestito di un rosso rubino dalle sfumature porpora, piuttosto limpido, brillante e di grande pulizia. Naso fitto e pungente, teso nelle venatura alcolica (13.5%vol) che sostiene una varietale che sfoggia frutti di bosco, ma soprattutto sentori floreali (rosa) e piccanti note speziate. Si fa sentire “l’effetto legno” con una tostatura di fondo che a mio avviso tende a chiudere il bouquet a cui manca un po’ di apertura e freschezza verso note più fini e leggere (meno vaniglia da barriques e più spazio all’uva). Al palato dimostra una certa dinamicità, un ingresso deciso, di buona acidità, ma ben equilibrato da un piacevole (e furbo) retrogusto dolciastro e succoso di grande appagamento. Preciso e ineccepibile in tutte le sue componenti, discretamente elegante deve ancora crescere in personalità, forse un po’ troppo “tecnico” e "legnoso", viene meno quella finezza che ti aspetti da un Pinot Noir. Comunque mi è piaciuto, anche se non ho termini di paragone con altri Pinot Noir dell’Oltrepò, ma in generale assolutamente “sul pezzo” per rapporto qualità/prezzo. Due anni di affinamento, uno in barriques e uno in bottiglia, viene prodotto solo nelle annate migliori. Prezzo in cantina sulle 10 euro.

VIGNA DEL RE 2008 - Barbera Riserva Oltrepò Pavese D.O.C.

La Barbera riserva ha… l’aspetto che ti aspetti… da un vino importante. Un rubino scuro intenso ed impenetrabile, concentrato nel colore ma vivo e di buona fluidità nel bicchiere. Anche il naso è importante, intenso e persistente, vinoso e pungente con marcata vena alcolica, dal bouquet intrigante e complesso. Anche in questo caso manca un po’ di solarità…  il legno gioca un ruolo rilevante, ma lascia comunque spazio a note floreali e di frutta sotto spirito. Vino di struttura importante e buon corpo, tannino vigoroso ma ben equilibrato dalla componente minerale che conferisce un tocco di freschezza. Il finale é dolcemente lungo e piacevole. Decisamente ben fatto, rilascia una bella sensazione di pulizia, sfoggiando un carattere tra il pungente e il morbido, caratteristico di una buona e robusta Barbera. Non si offende se dimenticato in cantina. La "Vigna del Re", situata in località "Costa del Sole" è probabilmente il vino più importante della Marchese Adorno, realizzato con le autoctone uve Barbera (85%), Croatina (10%), Uva Rara (5%) su terreno calcareo-argilloso, la cui età supera i cinquanta anni, con una resa inferiore a 1,5 kg. per pianta. In cantina 18 mesi di affinamento in fusti da 500 litri, con periodici travasi per separarlo dai sedimenti ed evitarne la filtrazione. Conclude il suo percorso con un anno di riposo in bottiglia. Gradazione alcolica del 14%vol. e prezzo in cantina sulle 10 euro.

Nell'insieme una "triplete" interessante, con la Bonarda come più piacevole sorpresa, a dimostrazione che questo rimane ancora il vino più caratteristico e rappresentativo dell'Oltrepò Pavese. Non male anche il Pinot, anche se eccede nel legno, ed é lontano dalla mia idea (e gusto) di Pinot molto più fragrante e solare. Convince maggiormente la Barbera, che dimostra il carattere del vino importante. 

 

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NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

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...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.