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mercoledì 18 novembre 2015

PINOT NERO 2010 - Toscana I.G.T. - Voltumna


Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus... non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.



C’è un filo conduttore che unisce il Pinot Nero 2010 di Voltumna con il VB1 di Selvadolce del precedente post. La scelta delle pratiche biodinamiche in primis, mentre il secondo motivo è più "personale", riferendomi a luogo e giorno di acquisto delle due bottiglie, entrambe provenienti dai banchi assaggi di Vini di Vignaioli. Nel caso di Voltumna però, il giro assaggi è stato decisamente più “movimentato”, con la possibilità di assaggiare e parlare di tutte le etichette presenti. Così dovrebbe essere sempre. 

Ricordo che lì sul momento, mi era maggiormente piaciuto il sangiovese, ma alla fine è stata la curiosità di provare questo versione toscana di pinot nero ad avere la meglio. Sono passati quasi due anni da quel giorno, e ci volevano tutti per permettere al vino di presentarsi in splendida forma e generare nel sottoscritto un certo entusiasmo. Già immagino il volto dei nostrani “pinottari” (si può dire?#?!) che accolgono con ghigno malefico questa mia affermazione "entusiastica" al cospetto di un pinot toscano. Ma il vostro ghigno è dettato dallo snobbismo di un palato viziato (beati voi…) da troppi pinot noir e blauburgunder... e mi raccomando... che siano della Côte d’Or o dell’altopiano di Mazzon!

Lasciate che vi spieghi il mio entusiasmo... è generato non solo da quanto ho ritrovato nel bicchiere, ma da tutto il progetto Voltumna, a partire dal termine “collettivo” (purtroppo sempre più in disuso...) che copio-incollo dal loro sito e che riassume l’essenza di questo progetto agricolo: “Voltumna è’ un progetto collettivo nato per condividere la passione per l’agricoltura, come attività che pone l’uomo in un continuo confronto/incontro con la natura.” Tutto il resto arriva di conseguenza… la scelta di coltivare la vite con metodo biodinamico, seguire i ritmi della natura, mantenere viva la biodiversità di un luogo (siamo a Dicomano, nella valle del Mugello), dove i vigneti sono ancora circondati dai boschi. 

E' una zona di media collina sui 300 metri, zona caratterizzata da escursioni termiche importanti, soprattutto nei mesi estivi, durante i quali si alternano calde e assolate giornate di sole a nottate fresche. I terreni sono argillosi e ricchi di galestro (siamo nella zona famosa al mondo per il Chianti Rufina), e nei pochi ettari vitati vengono allevati principalmente pinot nero e ovviamente sangiovese, che è anche il vigneto più vecchio. Michele Lorenzetti ha dato il via, ma dal 2012 sono Marzio Politi e sua moglie a gestire con sudore e passione l’azienda agricola, costituendo la cooperativa che prende appunto il nome di Voltumna. 

Tre vini rossi in tutto per sfiorare quota 10.000 bottiglie. Un particolare blend di Sangiovese e Pinot Nero (85 a 15) confluiscono nello "Zeno" il vino numericamente più importante (oltre 5000 bottiglie), mentre il resto della produzione offre la purezza del sangiovese da viti trentennali (denominato Querciolo) e il pinot nero, da due vigne del 2005 situate nel punto più elevato dell’azienda e immerse nel bosco (denominato semplicemente pinot nero, ma diventerà Silene dal 2011).   

L’approccio “natur” non può essere limitato al vigneto e così anche in cantina si opera in continuità, attraverso un lavoro di sottrazione che permette al vitigno di esprimersi con vitalità ed integrità. Il contenuto delle 2880 bottiglie “imbottigliate” nel 2010, ha fermentato con i propri lieviti, Affinato per 18 mesi in barrique di rovere al secondo e terzo passaggio, senza subire filtrazioni e chiarifiche. Gradazione alcolica importante di 14.5% vol. e prezzo al banco assaggi di 15euro, oltre le 20 in enoteca. 

Siamo al cospetto di un pinot nero dalla forte identità, segnato da un forte legame con il luogo di appartenenza. Vorrei provare a rendere l’idea… Ripensate per un attimo al “Borgogna style”, ovvero vini a tinte tenue, esili e dai profumi delicati che tutti conosciamo… ecco il pinot nero “Voltumna Style” è un’altra cosa. Rimane certo un denominatore comune che è ovviamente il vitigno… riconoscibile al sorso come è giusto che sia e come deve essere, perché chi compra pinot nero di sicuro vuole sentirlo nel bicchiere. Ma quello di Voltumna è il pinot nero che avrebbe voluto bere Ian Curtis nei suoi momenti di depre... e di sicuro gli avrebbe fatto bene. Ma erano altri tempi...

E’ vino a tinte darkeggianti, scuro e se mi passate il termine “selvatico”. E’ come se quel bosco che circonda il vigneto lo ritrovassimo nel bicchiere. E’ un pinot più autunnale che primaverile, con le note di frutti a bacca rossa, lavanda e spezie, intrecciate a sentori di sottobosco erbacei e terrosi, richiami di incenso e sbuffi balsamici. L’alta gradazione non “alcolizza” il tutto, mantenendo un’ottima piacevolezza di beva e una tensione gustativa che non va mai scemando, grazie anche ad un’acidità sostenuta. Ottimo al sorso, dove mantiene la linearità e la pulizia che ci aspettiamo da un pinot nero, ma sa anche “graffiarci”, farci sentire la vitalità dei suoi tumulti giovanili, la rusticità del lavoro contadino, in attesa di acquisire vendemmia dopo vendemmia la saggezza dei grandi. Non dimentichiamoci che con il 2010 siamo solo alla prima annata prodotta!! 

Vino tutt’altro che “imbalsamato” mi è piaciuto un sacco, un bel esordio, e non a caso nel giro “underground” già se ne parla da un pezzo. Se avete passato uggiosi pomeriggi a consumare i vinili di Joy Division, The Cure, Siouxsie and the Banshees,  Bauhaus, (e mettiamoci anche gli Smith... perché Morrisey si ascolta a prescindere...), non potete rimanere indifferenti al pinot nero di Voltumna.
P.s. molto belle le etichette. 


mercoledì 11 novembre 2015

VB1 VERMENTINO 2010 - Riviera Ligure di Ponente D.O.C. - Tenuta Selvadolce


Uno dei migliori assaggi della Riviera Ligure di Ponente... uno di quei casi in cui è il vino nel bicchiere che parla (...anche al posto del vignaiolo...)


Maledetto autunno dei record!! Ritrovarsi ad inizio novembre in giardino a mezze maniche, non mi era mai successo... qui in prealpi tira aria di primavera... Pregustavo giornate uggiose da affrontare con del nebbiolo nel bicchiere e un bel brasato da compagnia a lentissima cottura... Ed invece mi è tornata a mille la voglia di un buon bianco fresco e un bel piatto di bigoli con le sarde. 

Prima di andare a bomba sul VB1, devo obbligatoriamente fare una considerazione piuttosto banale e poco significativa, assolutamente soggettiva, ma altrettanto sincera, veritiera e determinante nella scelta di questo vino… credetemi sulla parola e datemi fiducia… i vini di Tenuta Selvadolce sono buonissimi, punto.  

Tutto questo per giustificare le 22 euro che ho sganciato direttamente nelle mani del produttore al banco assaggi di Vini di Vignaioli... Non poche se consideriamo che i vini dovrebbero essere venduti al prezzo sorgente (trovato allo stesso prezzo on line...) e che il termine “scazzato” sembra il più adatto nel descrivere “l’entusiasmo” con cui il produttore ha accompagnato gli assaggi (per essere corretto dovrei dire persona dal carattere riservato e poco espansivo). Ragioni per cui avrei rinunciato molto volentieri all’acquisto… ma al cospetto di tanta bontà… occhi chiusi, mano al portafoglio, e tutto il resto (nel vero senso della parola!) é noia. A scanso di equivoci mi permetto comunque di sottolineare che il vino vale tutte le 22 euro spese. Se penso ad esempio ai bianchi macerati del Carso di cui tanto si parla ultimamente (vini eccellenti), si viaggia più o meno su prezzi di mercato e standard qualitativi simili a questo VB1. Quindi, non lo considero un vino caro in rapporto qualità/prezzo… Ma mi rimane il dubbio sulla correttezza del prezzo applicato ai privati che acquistano direttamente dal produttore (argomento sul quale non tornerò avendone già dibattuto abbondantemente nel post “Acquisti in cantina… a volte i conti non tornano”) ancor più se non sei a casa tua,  ma in un contesto di fiera-mercato in cui è prevista la vendita al pubblico a prezzo sorgente. Discorso chiuso...

Passiamo oltre… e parliamo di cose belle… iniziate a guardarvi questo video girato tra i filari della Tenuta Selvadolce… e lustratevi gli occhi... uno spettacolo vitato incastonato tra cielo e mare… siamo sulle alture di Bordighera… vicino al “festivaliero” comune di San Remo e a pochi km dal confine con la Francia. 7 ettari di tenuta (che comprende anche uliveti) e vigneti dislocati in due zone distinte (A Ciapissa per il Rossese e Selvadolce per i bianchi) condotti dal 2004 con metodi biodinamici da Aris Blancardi, che trasforma così in vitivinicola quella che era l'azienda floricola di famiglia.

Siamo al cospetto di un produttore "naturale", responsabile e rispettoso dell'ambiente e dell'uomo. In vigna zero pesticidi e concimi chimici, mentre in cantina si lavora senza additivi e "terapie" che possono in qualche modo prevaricare l'identità finale del vino. Così a Selvadolce vengono prodotte poche bottiglie di qualità, un Rossese di Dolceacqua e poi i tre bianchi VB1 da Vermentino in purezza e due versioni di Pigato (Rucantù e il Crescendo).


Il vino che stappo è il VB1 2010, ottenuto in purezza, con solo uve di proprietà a base Vermentino, da vigneti affacciati sul mare con circa 40 anni di età e rese di 50ql/ha. La raccolta manuale delle uve avviene in vendemmie differenziate. Le fasi di macerazione, fermentazione alcolica spontanea ed affinamento, avvengono in barriques sulle fecce fine per circa12 mesi, cui seguono 6 mesi di bottiglia. Nessun controllo delle temperature, filtrazioni e chiarifiche. Solo 1800 bottiglie prodotte.

Colore vivo, di un giallo piuttosto carico e dai riflessi oro, non brillantissimo, velato e senza trasparenze, leggermente intorbidito… E’ stilisticamente un vino che mi piace molto… la macerazione ne condiziona lo stile, ma senza forzature ed estremismi, senza snaturarne la forte identità territoriale. Ne esce un vino tridimensionale, originale e piacevole al sorso, ricco di sfumature e sfaccettature che si intrecciano e si scambiano di ruolo, mantenendo il tutto in un equilibrio perfetto che ne esalta il sorso. Se cercate la Liguria nel bicchiere, qui la trovate nei richiami forti di macchia mediterranea, nei profumi aromatici del timo e della salvia, dei pini marittimi, nella salinità, nei sentori salmastri, e nelle note ossidative.  Il sorso non manca di verticalità e tensione, quasi a ricordare le giornate invernali spazzate dalla brezza marina, senza dimenticare di “coccolarci” con il suo carattere più solare ed estivo, nella presa materica che ammorbidisce e da sostanza al palato, nel retrogusto dolciastro di pesca matura e mandorle, nei profumi che richiamano le fioriture primaverili. Pieno, lungo, avvolgente, senza perdere in freschezza.

Tanta roba insomma... ho una certa passione per i bianchi liguri... spinto dalla bellezza paesaggistica... forse sono un po' di parte... ma rimane indiscutibilmente uno dei migliori assaggi della Riviera di Ponente. Se oltre che buono fosse stato anche simpatico... sarebbe di diritto uno dei miei vini del cuore...

domenica 10 maggio 2015

VITA GRAMA 2004 - Vino da tavola rosso - Casa Caterina



...e quel nome “Vita Grama”, mentre posi ridente e soddisfatto la bottiglia svuotata sul tavolo, ti pare quasi un ossimoro.


In uscita da Milano, direzione sud, lungo la linea retta del Naviglio Pavese, poche centinaia di metri più avanti dall’ultima fermata della metropolitana, linea rossa stop Abbiategrasso, li dove la città si è mangiata la campagna e gli orti, sulla destra del naviglio incontriamo l’orto con cucina “Erba Brusca”, (leggi qui), uno dei posti dove meglio ho mangiato e bevuto ultimamente. Sempre in uscita da Milano, direzione sud, questa volta però lungo la linea retta del Naviglio Grande, fino ad incontrare l’abitato di Gaggiano, piccolo e pittoresco paese immerso nell’area agricola sud di Milano, tra campi, risaie e vecchie cascine. Questa è la patria del milanese in uscita dalla città... la meta più vicina per vedere l’orizzonte e non essere soffocati da palazzi e traffico urbano. Non solo il luogo ideale per chi ama campagna e piste ciclabili, ma anche meta imprescindibile per gli amanti della forchetta, in virtù di una quantità non indifferente di agriturismi, osterie e ristoranti vari.

Alcuni di questi si segnalano per la loro lunga storia e per alcuni piatti particolarmente riusciti, per questo motivo mi sono recato all’Antica Osteria Magenes, per provare il suo decantato risotto alla milanese… e posso confermare che il piatto merita il viaggio. Come avrete capito la cucina varia tra i piatti della tradizione lombarda ed altri più innovativi, forse anche con qualche eccesso “esibizionistico” nell’impiattamento (ma a qualcuno potrebbe piacere…). Sicuramente è un ristorante curato, che va a schierarsi tra quelle osterie moderne che tanto piacciono alla borghesia milanese e che poco hanno da condividere con termini “popular” come trattoria e osteria, dove l’ambiente dovrebbe essere spartano e meno ingessato…  insomma quello che ti aspetteresti da un’osteria situata a Barate di Gaggiano, tra quattro case circondate dalle risaie. 

Non mi dispiace il rinnovamento stilistico, decisamente meglio del solito agriturismo dove si sfornano centinaia di piatti da un pentolone, però diciamo che il cameriere in papillon può risultare un po’ eccessivo, e la giovanile informalità dell’ Erba Brusca ha decisamente un altro scatto (giudizio ovviamente soggettivo). Detto questo, si mangia bene e si spende il giusto per la qualità della proposta e il servizio…  Vi ho già segnalato l’imperdibile Risotto Milano 2010, così come vi consiglio di pescare da una carta dei dessert molto interessante, l’eccelsa spuma di cioccolato bianco, con frutti di bosco, fiori commestibili e bottarga di tonno. Un mix di dolce-salato tridimensionale. 

Per concludere quello che più interessa a noi bevitori e a chi scorazza su Simo diVino… la carta dei vini è ok, niente “sola” come purtroppo capita in molti ristoranti. Niente di monumentale (per fortuna), ma ben composta con alcune proposte “artigianali” interessanti e ricarichi non troppo eccessivi. Decido quindi di pescare dalla Franciacorta… terra di bollicine eccellenti, optando per un rosso, visto che in passato da Pietro Leemann, più dei suoi piatti new age, fu il cabernet franc La Beccaccia di Michele Loda, altro eccelso vignaiolo “artigianale” di Monticelli Brusati ad entusiasmarmi. Dopo tanto averne sentito parlare, mi sorprende vedere in carta, in questa osteria un po' fighetta, il Vita Grama 2004 di Casa Caterina, che come potete osservare dalla retro etichetta, è una chicca prodotta in pochissime bottiglie. 

I fratelli Del Bono Aurelio ed Emilio, sono giustamente apprezzati x le loro “bollicine naturali” (non sono un amante del genere, ma in suolo italico le bollicine di Casa Caterina, Cà del Vènt e Il Pendio sono tra le migliori che mi sia capitato di bere…), così come per le loro scelte decise e radicali, non solo per l’artigianalità e la naturalità dei loro metodi (qui si pratica agricoltura biodinamica), ma anche per la loro dissidenza, tra cui la rinuncia alla D.O.C.G. e alla fama del marchio Franciacorta. A ragione quindi, sentiamo spesso parlare di questa piccola cantina (7 ettari suddivisi in parcelle e ventimila bottiglie), come di “altra Franciacorta”, “Franciacorta eno-dissidente”, “Franciacorta underground” ecc…  

Tornando al Vita Grama... non avessi conosciuto e apprezzato i loro vini in giro per le fiere, probabilmente non avrei mai dato fiducia ad un rosso bordolese prodotto in terra di bollicine. Due cose per cui non impazzisco messe insieme. Aver bevuto La Beccaccia, mi ha fatto ricredere, perché quando un vignaiolo lavora bene e in maniera rispettosa, si possono realizzare rossi strepitosi anche da queste parti. 

Basta quindi uno sguardo all’etichetta “casalinga” con primo piano sulle mani “contadine” del padre, pensare all’esigua quantità di bottiglie prodotte, il lungo invecchiamento in cantina (l’annata bevuta, 2004, dovrebbe essere l’ultima uscita), per capire che a Casa Caterina, non si producono vini scontati, casomai estremi e coraggiosi. La retro etichetta scritta a mano, racconta di un assemblaggio con predominanza di merlot, di un esiguo numero di bottiglie prodotte e di una gradazione alcolica contenuta sui 12.5 gradi. Non conosco il processo produttivo, ma si tratta di un lento invecchiamento sui lieviti, con legni usati e tanto acciaio. Ne deriva un “bordolese” che si discosta dal suo concetto classico, siamo distanti sia da Bordeaux che da Bolgheri, ma soprattutto da quel concetto di super blend barricato. 

Ne deriva un vino semplice e a tratti rustico, non tanto nel senso stretto del termine, più che altro pensando ad una beva assassina, per un vino che vista la carta d’identità, riesce ad esprimere la freschezza e la bevibilità di un vino “quotidiano”, di un vino a cui nonostante tutto, la dicitura “vino da tavola” calza a pennello. Al di là di alcuni rimandi bordolesi avvertibili al naso, intriga per il suo colore inchiostrato, l’energia e la tensione che sprigiona, i rimandi terrosi, le note speziate, il frutto succoso. Mai stanco e sorretto da una spinta acida che trasformano un potenziale mammut  in un vino glu glu. 

Sarò ripetitivo, ma anche per chi come me, predilige vini più scarni, esili e scoloriti, diventa impossibile non inserire il Vita Grama nella lista dei vini del cuore, quei vini rari e un po’ “indie”, che se hai la fortuna di incontrare in osterie, appena lo ordini deciso e convinto, il sommelier capisce subito di che pasta sei fatto, ed evita di intortarti con mirabolanti descrizioni organolettiche per eno-fighetti… E quel nome “Vita Grama”, mentre posi ridente e soddisfatto la bottiglia svuotata sul tavolo, ti pare quasi un ossimoro.

lunedì 29 dicembre 2014

MONTHELIE 1er CRU SUR LA VELLE 2008 - Appellation Monthelie 1er Cru Contrôlée - Eric de Suremain-Château de Monthelie

Borgogna biodinamica... scavare tra le appellations minori, alla ricerca di eccellenze territoriali, senza svuotare il portafoglio.



Archiviato il trittico di banchetti natalizi tra il 24 e il 26 dicembre, il post di chiusura per questo 2014, non poteva che essere dedicato a quanto bevuto durante le feste. Eviterò di tediarvi con il solito resoconto per ostentare i cimeli calati sulla tavola imbandita, ma mi soffermerò su un unico vino, che più degli altri ha destato il mio interesse e che finalmente porta un neofito, come il sottoscritto, ad approcciare a quel complesso quanto affascinante luogo del vino che porta il nome di Borgogna. 

Andare a raccontare la mia eno-esperienza con uno stappato di questa regione, mi impone sempre mani (e piedi) di piombo, conscio delle mie scarse conoscenze in materia, quanto della scrupolosa e accurata cognizione dei fanatici della Côte d'Or, disinvolti nel destreggiarsi tra una moltitudine di etichette, parcelle, village ecc... Quindi prendete questo mio post, come semplice resoconto di quanto ritrovato nel bicchiere.

Da qualche parte bisogna pur cominciare e nel mio piccolo il consiglio che posso darvi, in puro stile "Borgogna for dummies" é di impegnarvi a scovare bottiglie provenienti dalle appellations meno celebri, così da potervi permettere anche dei 1er Cru a prezzi più abbordabili. Questo é un po' il caso di questa bottiglia, perché ci troviamo a Monthelie, piccolo e poco conosciuto paese, offuscato dal blasone dei confinanti comuni di Meursault e Volnay. Se é pur vero che queste appellations minori, non possono sfoderare Grand Cru, é altrettanto vero, che qui con un po' di ricerca si possono comunque trovare interessanti ed economiche espressioni di questo territorio. Un esempio lo sono i 1er Cru, situati proprio sul confine con il comune di Volnay, una prosecuzione di quelle parcelle, il cui carattere delicato e aperto é  in parte riscontrabile anche nei migliori Pinot Noir di Monthelie.

Entrando nel merito dello stappato, la prima singolarità sta già nel nome, ovvero quello Château in etichetta che rimanda più al blasone delle cantine di Bordeaux che a quelle delle terre di Borgogna, che vede poche cantine ubicate in castelli, tra le quali va assolutamente segnalata quella di Eric de Suremain, diventato un punto di riferimento di questa piccola appellation. Come spesso capita da queste parti, le cantine hanno alle spalle storie centenarie e sono state tramandate di generazione in generazione. Eric inizia a lavorare in vigna nel 1978, ed insieme alla moglie Dominique, nel 1983  prende in gestione il castello e le relative vigne, con il loro animo e stile rurale, che li porterà ad abbracciare l'agricoltura biodinamica in tempi non sospetti (metà anni '90). Sono circa 11 gli ettari vitati e 40.000 le bottiglie prodotte, dislocati nel territorio di Monthelie (6 ettari) e di Rully (5 ettari), da cui si ricavano cinque 1er Cru.

Uno di questi, di cui é figlia questa bottiglia annata 2008, é una parcella di 2.5ha situata nel vigneto "Sur la Velle", posto proprio al confine con Volnay, e costituita da filare impiantati in quattro annate diverse, tra il 1960 e 1997. Come ho scritto sopra, la propensione "contadina" di questo produttore, marca il tratto dei suoi vini e danno un'idea precisa del lavoro svolto in vigna e in cantina. Cura "naturale" dei vigneti, utilizzo di vecchi tini di legno, lieviti indigeni, limitati quantitativi di solforosa e nessuna forzatura. Le rese sono sui 15hl/ha e per i rossi l'affinamento in botti di quercia varia dai 18 ai 20 mesi.

Visivamente fa molto Borgogna, nel suo rubino scarico tendente al granato, esile, snello, trasparente ... naso tenue nell'impatto olfattivo ma complesso e ricco di profumi sussurrati, con un bouquet ricco di fiori e agrumi. Difetta un po' in "solarità", il frutto rosso non risulta mai esplosivo e dolce, rimanendo sottotraccia, lasciando spazio a note più autunnali che richiamano la terra bagnata, il tartufo, le foglie secche, il legno. Il meglio sicuramente al palato, con una beva snella ed esile, di piacevole eleganza e finezza. Non brilla per estrazione e polpa, ma per freschezza e slancio, per una beva pulita e sgrassante, dal tannino perfettamente integrato e da un'acidità leggera e mai sopra le righe, per chiudere lungo e minerale. 

Un grande vino per eleganza e freschezza, per sapidità... manca a mio modesto parere un po' di succosità nel frutto, che lo avrebbe reso ancor più tridimensionale e "ruffiano" alla beva. Ma mi piace anche per questa "mancanza" che ci concede un vino espressione diretta dell'annata e della naturalità del processo produttivo, come se la propensione rurale di Eric, andasse a marcare il carattere dei suoi vini. Non é quindi da escludere che possiate ritrovare altre sfumature e altre sensazioni in annate differenti. 

Ad aggiungere centesimi a questa bottiglia (per gli amanti dei numeri..) rimane l'invitante rapporto qualità/prezzo, ideale per chi come il sottoscritto sta cercando di conoscere i vini di questa straordinaria regione. Dalle nostre parti é reperibile su Borgogna Mon Amour, per 33euro, cifra non proprio bassa per una bottiglia di vino, ma decisamente interessante per qualità, ma anche perché siamo pur sempre in Francia e soprattutto in Borgogna, dove é davvero difficile trovare 1er Cru a prezzi abbordabili per chi non ha le tasche troppo gonfie. Ci aggiungo anche, molto bella l'etichetta, nel suo stile classico.

Se é pur vero che tutti sognano di bere i grandi classici che hanno scritto la storia del vino di Borgogna e del mondo intero, visto che questo é un indie wine blogger, é d'obbligo mantenere uno stile "alternativo" e proseguire in quella che é un po' una sfida, ovvero scavare tra i produttori meno blasonati, ma che riescono ad esprimere il territorio in bottiglie dal rapporto qualità/prezzo sostenibile.

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...piccola, artigianale, familiare, storica… un passo indietro nel tempo... la bottiglia giusta per l'autunno che verrà...

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Niente enologo, niente concimi, approccio artigianale e tanta semplicità affinché il vino possa esprimere al meglio il territorio. Se dici Fiano, Ciro Picariello è un punto di riferimento assoluto.

DOS TIERRAS 2011 - Sicilia I.G.T. - Badalucco de la Iglesia Garcia

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...una fusione eno-culturale vincente, un vino che intriga, incuriosisce e si lascia amare, un vino del sole e della gioia, della bellezza territoriale e popolare che accomuna Spagna e Sicilia.

RENOSU BIANCO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

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...quello che entusiasma del Renosu Bianco è tutto il suo insieme, dalla sua naturalità alla sua originalità, mantenendo una piacevole semplicità nel sorso...

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO
Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera...

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!
da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!
...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.